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SCUOLA/ Se il programma è "tiranno" bisogna usare le forbici

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Caro direttore,
quello che non riesco a capire nella precisazione del professor Mereghetti del 4 giugno è la sua "strada" numero due (evito la prima per coerenza con me stessa) ovvero un' invocazione alla vera autonomia ed all'educazione alle competenze: cose che già esistono e da molto tempo, basti, per tutti, il documento di accompagnamento al DM 139 del 2007 sui 4 assi dell'obbligo di istruzione (ministro Fioroni). 

Qui approfondimenti, impianto interdisciplinare, visione della complessità del reale sono abbondantemente contenuti. 

La domanda che mi faccio è: quanto praticati? Ho il sospetto (e in tanti casi, le prove) che non lo siano molto. Non si tratta di programmi (già detto, passati in damnatio memoriae) ma di un impianto metodologico che costringe l'insegnante ad uscire dalla tradizionale solitudine ed a misurarsi con gli altri colleghi per costruire percorsi di senso (per i ragazzi). Anche di storia contemporanea, in modo approfondito, in grado di far loro cogliere la trama e l'ordito degli avvenimenti umani. Non solo quindi i fatti, ma tutta la complessità della realtà, come richiama  Giovanni Cominelli quando ha definito la storia un "ambiente epistemologico". 

Non ci può essere contrapposizione tra "programma" e approfondimento della disciplina: significherebbe immaginare un percorso sul quale, per "finire il programma", ci si muove a volo d'uccello, sfiorando la superficie dei contenuti; se invece, non si finisce il programma, ciò avviene perché si sono approfonditi gli argomenti, come sostiene il prof. Mereghetti.  Se è davvero così, non se ne esce. 

Ma che significato ha il programma? È l'elenco dei contenuti all'interno di una lunga lista o l'organizzazione dell'insegnamento disciplinare all'interno di un gruppo di allievi?

Preferisco un altro punto di vista: mi interessa cosa i ragazzi imparano, molto di più di quanto programma ho svolto, ma mi interessa costruire un percorso, insieme ai miei colleghi, dividendo con loro il lavoro, che consenta agli studenti di affrontare i temi della contemporaneità in tutta la loro complessità. 

Perché con i colleghi? Per evitare di cadere nel "delirio di onnipotenza" che ogni tanto ci porta a pensare di poter affrontare tutti i problemi da soli. E inoltre i punti di vista diversi, anche nei linguaggi, aiutano a capire quanto il mondo sia costruito su una rete di relazioni, su più livelli, leggibile solo se si è padroni di una pluralità di discipline di cui la storia sia sintesi ed interprete. Perché si tratta di accadimenti umani e l'umanità non è leggibile con un solo cannocchiale.

Ma mi piacerebbe che si uscisse tutti dall'ipocrisia e confessassimo una cosa: da sempre gli insegnanti hanno interpretato il "programma", anche quando era obbligatorio: chi non si ricorda del numero di canti della Commedia di Dante da portare agli esami e non solo da parte degli studenti dei licei? 



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COMMENTI
06/06/2014 - BRAVO (Valentina Timillero)

Era ora, il professor Mereghetti ha ragione, perché è inutile farsi boccate di autonomia se poi il bel lavoro di un anno di storia fatto bene (mettiamo pure fino allo sbarco sulla luna, macché, fino a Berlusconi!) viene calpestato da un commissario che mette il dito a caso sul programma (perché da qualche parte bisognerà pur metterlo, no?, insomma cambiategli nome ma resta un elenco di cose) e chiede le nozioni. Non sono contro le nozioni, le difendo, ma dentro una rielaborazione personale. A essere rigorosi, bisognerebbe trovare altre modalità d'esame. Trattando gli studenti da persone adulte. L'autonomia o è, o non è, non può essere solo in parte.

 
06/06/2014 - D'ACCORDO, TOTALMENTE D'ACCORDO! (Gianni MEREGHETTI)

Sono d'accordo, totalmente d'accordo e io opero in questo modo, con i miei limiti, ma opero in questo modo e facendo dell'insegnamento della storia un laboratorio per entrare nel presente (è per questo che mi ha molto ferito la ingiusta precisazione di Cominelli!). Io l'autonomia ce l'ho, ma vi è un problema, e io ho già dovuto farne i conti più volte, che all'esame di stato la mia autonomia al posto di essere considerata viene calpestata, io insegno in un modo con certe preoccupazioni epistemologiche e i miei studenti vengono interrogati a prescindere, secondo una vecchia impostazione nozionistica. E non mi si dica che se li ho fatti crescere sono in grado di affrontare tutto! Certo lo sono, però se è autonomia lo sia fino in fondo, perchè altrimenti io devo sperare che storia sia una materia interna! E non solo, chiediamoci perchè è così bassa la percentuale di studenti che fanno la traccia della prima prova ad indirizzo storico? Per una ragione molto semplice che anche il ministero ci dà autonomia e poi di fatto impone i suoi criteri di scelta. Per questo vorrei ribadire che il mio è un grido dall'interno di una esperienza in cui comunque un dato certo rimane ed è la passione per il presente che si è accesa in tanti miei studenti e tale da ridestarla anche in me.