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SCUOLA/ "Il 900? Prof, che senso ha rivangare cose che non ci riguardano più?"

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La premessa necessaria per trovare una via d'uscita è quella che già è stata indicata in precedenti interventi: che perlomeno provi passione per essa chi la storia la insegna. E quando dico passione non intendo questo in chiave sentimentalistica, ma nel senso profondo del termine: cuore e ragione.

Allo stesso modo, non tutti fra gli studenti sfuggono a questa passione. Non sfugge, ad esempio, chi vuol capire il presente e che in esso vuol metterci qualcosa di suo. E ce ne sono.

Non si tratta quindi e soprattutto di porre in atto opportune e "miracolose" strategie didattiche (per quanto la loro importanza non sia affatto trascurabile, anzi!); si tratta invece di mettere a contatto uomini che vogliono capire e che vogliono agire personalmente nel mondo e nelle circostanze in cui si trovano a vivere. 

Del resto, proprio oggi (ieri, ndr) Carlo Cardini ha scritto su Avvenire, a proposito di un libro di storia medievale sulla vita politica dell'Italia dei Comuni: "Questo libro è stato ispirato anche ai mutamenti che in questi anni sta subendo la democrazia contemporanea. Si conferma una volta di più che la storia è sempre e comunque storia contemporanea".

La crisi della storia nella scuola italiana è dunque, a mio avviso, indice di una certa indole culturale, oggi predominante. Per quanto mi riguarda, essendo cattolico, non posso non dare alla storia stessa l'importanza che essa ha. Tutta la vicenda della Chiesa è infatti intessuta dentro la storia, che ne è il milieu imprescindibile. La laicizzazione della cultura porta però inevitabilmente da un'altra parte.  Che sia così non è cosa di cui scandalizzarsi. Lo sento piuttosto come un invito a lavorare sempre più seriamente poiché, come afferma G. De Reynold, "in fondo alla storia si scopre un mistero: quello del destino umano". Del nostro destino: del mio e di chi mi sta davanti ogni giorno fra i banchi di scuola.



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