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UNIVERSITA'/ Test d'ingresso, prendiamo il buono del modello Usa

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Il test insomma è qualcosa che ha valore in sé, è un passaggio al quale lo studente si sottopone autonomamente per farsi valutare e lo consegna alle università per le quali sta applicando. Le diverse università indicano quali test richiedono, se l'SAT o l'ACT.

La differenza rispetto al sistema italiano di intendere la selezione è abissale nei modi e nel contenuto stesso della valutazione: viene presa in considerazione la domanda dello studente e inizia così un cammino di selezione e valutazione, fatto di presentazione di domande e titoli, test, interviste. Un percorso in più step che porterà l'istituzione universitaria a valutare nel modo più adeguato possibile la persona che sta chiedendo di entrare, secondo criteri che si aggiornano continuamente.

Qui è il nodo principale: fondamentale in questo passaggio è l'adeguatezza del metodo di valutazione. Valutare una persona è difficile e il giudizio sulle sue capacità, conoscenze e competenze non può essere affidato a un test a crocette da svolgere in meno di due ore. Solo chi ha rinunciato a conoscere le persone si può affidare a un sistema tanto inadeguato. C'è bisogno di passaggi più vari, di prove più ragionevoli e ad ampio spettro e di conoscere e valutare bene le sue intenzioni, le sue esperienze, e se possibile anche il parere di qualche persona autorevole con cui la persona in questione è venuta in contatto o ha avuto a che fare (le famose "referenze").

Le domande sulle quali ci siamo soffermati hanno perciò una possibile risposta: non è affollando le aule al primo anno di Medicina che si recupera l'adeguatezza nel giudizio. Sappiamo per esperienza cosa significa partecipare a lezioni con diverse centinaia di persone. E sappiamo per certo che un professore non potrà avere un giudizio più chiaro sulle persone o offrire un servizio migliore se viene impegnato con un numero di studenti sei o sette volte superiore. La ricerca di adeguatezza imporrebbe forse un altro approccio. Se quello americano non è perseguibile, perché il sistema universitario italiano è radicalmente differente, forse si può però trarne qualche indicazione utile. 

La prima è la questione dell'orientamento scolastico. È un fatto che nella scuola italiana venga fatta poco e male, e il più di quello che viene fatto è il mettere in vetrina le università, di fatto non risolvendo la confusione dei ragazzi. La seconda è la valutazione in senso stretto: nell'esempio statunitense è chiaro che la valutazione è ampia, procede per gradi e passaggi successivi e cerca di conoscere il ragazzo che fa richiesta di ingresso. Quello che il ministro propone è simile nella sostanza (un anno di frequenza, costi quel che costi) ma impraticabile nella forma, a causa delle condizioni dell'università, ma non solo quella italiana: è impraticabile perché sestuplicare i partecipanti alle lezioni del primo anno non permette di aumentare l'adeguatezza del giudizio, tanto più che anche il sistema francese deve ricorrere ai test onnicomprensivi su tutti gli esami svolti nel semestre (cosa vale di più: il test o gli esami? Le crocette giuste o la media ottenuta negli esami? A quanti ricorsi stiamo preparando la strada?...). 



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COMMENTI
09/06/2014 - ferite ancora a perte (Giuliana Zanello)

L'articolo offre elementi di riflessione molto interessanti, al termine di un anno scolastico pesantemente segnato dai test ad aprile. In primo luogo, è interessante il riferimento alla selezione per l'ingresso ai collegi universitari, caratterizzata, per quel che ho visto negli anni, da due aspetti: a) non è nevrotizzante per i candidati; b) tiene in considerazione gli studi compiuti nella scuola superiore, cercando di valutare lo spessore della preparazione che il candidato è riuscito a trarne. L'impressione è di una scelta per valorizzare, non di una scrematura solo quantitativa e molto aleatoria. Certo, in questo caso si tratta di piccoli numeri. Tutto comunque sarebbe meglio dell'attuale provvisorietà che limita di fatto la possibilità per le scuole di intervenire sull'orientammento in modo significativo; tutto sarebbe meglio di test per i quali, a torto o a ragione, il risultato è percepito come casuale: non bisogna dimenticare che l'aleatorietà percepita basta da sola ad accrescere il numero di chi 'tenta'.