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SCUOLA/ I quattro pilastri che aspettano le riforme di Renzi

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Tutti in piazza (Infophoto)  Tutti in piazza (Infophoto)

È, intanto, da apprezzare che si parli di carriera degli insegnanti e che si preveda che lo scatto di stipendio non avvenga più per anzianità, ma per verifica di crescita professionale. Ma il punto irrisolto e tuttavia decisivo è come avvenga la formazione delle nuove leve. Solo la scuola reale ha l'esperienza e le competenze intellettuali per giudicare, attraverso il praticantato, quale degli aspiranti all'insegnamento, accreditato delle conoscenze disciplinari da parte dell'università, sia effettivamente in grado di fare didattica, di avere relazioni educative con gli alunni e di lavorare con i colleghi. Il mestiere dell'insegnante è quello dell'artigiano; la scuola è la sua bottega, dove lui fa l'apprendista dell'apprendimento. Se, viceversa, si intendesse continuare con i concorsi per insegnanti e dirigenti, allora vorrebbe solo dire che si continua a considerare la scuola un'unità amministrativa, presso la quale lavorano degli impiegati, burocraticamente reclutati. Il ministero dell'Istruzione ha storicamente funzionato come ministero del lavoro intellettuale. Come ammortizzatore sociale, appunto! Se si vuole cambiare questa filosofia, occorre partire dalla radice: e questa è la formazione iniziale/reclutamento gestita dalle scuole o reti di scuole, non dal ministero. 

Il che ci porta alla questione dell'autonomia. L'obiezione di Reggi alla domanda fatta dall'intervistatore circa il raggio di un'autonomia finanziaria radicale per le scuole – il modello creerebbe "enormi diseguaglianze" in certe zone del Paese – è quella classica della sinistra e della Cgil dal 1990 in avanti, quando il ministro Mattarella propose il binomio autonomia/valutazione come nuovo scenario istituzionale e amministrativo delle scuole. Se si generano diseguaglianze, toccherà allo Stato "compensare" ex-post, sulla base di standard obbiettivi; intervenire a priori per impedire a chi ha capacità, risorse, intelligenza di "correre", significa solo essere ancora una volta subalterni del pensiero unico burocratico-amministrativo, di cui l'amministrazione e i sindacati, in primo luogo la Cgil e i Cobas, sono antichi corifei. 

A quanto pare, le idee del governo sull'autonomia sono tutt'altro che chiare e distinte. Una legge quadro? Certo che è necessaria, in primo luogo per abolire la giungla di decine di migliaia di leggi, decreti, regolamenti, circolari, che dal 1859 ha avvolto didattica, insegnanti, dirigenti. Basta un solo articolo: tutte le leggi precedenti sono abolite! E poi per predisporre un quadro di autonomia totale delle istituzioni scolastiche, che sono "soltanto" l'espressione istituzionale della società civile e dei territori sui quali insistono, non si possono ridurre a pezzi decentrati dello Stato. Ovviamente dentro alcuni vincoli nazionali cogenti, ma essenziali, di cittadinanza. Nel quadro delle quattro aree didattiche, occorre dare libertà alle scuole. Oggi è al 20 per cento. Dovrebbe salire al 60! Sarà l'authority per il curriculum/valutazione a giudicare ex-post se le autonomie hanno offerto ciò che promettevano. 



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