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SCUOLA/ Bocci: insegnare storia, un'avventura che sfida il "mondo piccolo"

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Adolf Hitler (Immagine d'archivio)  Adolf Hitler (Immagine d'archivio)

E molti studenti – bisogna pur ricordarlo – non ne sono soddisfatti, vorrebbero avere punti di riferimento storici più certi, vorrebbero essere stati aiutati a fare collegamenti e paragoni tra le diverse epoche, vorrebbero saper vedere nessi e problemi sottesi agli argomenti e poter contare sia sulle cosiddette nozioni di base (di cui spesso sentono una mancanza che li lascia disorientati), sia su una percezione più ampia e profonda di continuità e rotture, di problemi interpretativi e di questioni ancora irrisolte.

Pensare la storia, del resto, può e deve abituare a confrontarsi non solo con ciò che siamo e sappiamo – o pensiamo di sapere –, ma con ciò che è e rimane diverso da noi e dalle nostre categorie: la storia, infatti, apre all'ignoto e ricostruirla significa essere disponili a un'avventura dagli esiti spessi imprevedibili, sviluppando la capacità di comprensione di una realtà "altra" dalla nostra e alimentando un interesse per la diversità umana che è importante coltivare per non rimanere bloccati su se stessi e sul proprio "mondo piccolo". Proprio per questo vedo in alcune prese di posizione di chi mi ha preceduto il rischio di un certo determinismo storiografico, quasi che siano le urgenze dell'oggi, più o meno ideologicamente connotate, a dover dettare l'interesse per il passato. A immunizzarci da tale tentazione dovrebbe esserci la consapevolezza della metodologia tipica della ricerca storica, che è anzitutto ricerca, gusto di conoscere ciò che non si sa ancora e che non si può ingabbiare previamente dentro le proprie coordinate senza fare la fatica del paragone con le fonti e di una verifica che può anche approdare in territori inesplorati. 

Certo – si potrebbe obiettare – non è questo il compito di un docente di scuola media superiore; ma c'è modo e modo di raccontare la storia, e i ragazzi sono affascinati quando il docente, ponendo le domande che lui per primo ha fatto a sé e al passato, sa comunicare non una storia soffocante perché soffocata dalla tendenza a chiudere il mondo in una stanza, ma la fame di saperne di più e la voglia di superare paletti e strettoie ideologiche che mortificano l'avventura della conoscenza. 

Queste considerazioni, ovviamente, valgono quale che sia l'epoca che vogliamo ricostruire. E valgono per il Novecento, la cui storia intercetta più facilmente l'interesse degli studenti ma che, al tempo stesso, è più facilmente riducibile a strumento politico e ad espediente per consolidare appartenenze e convinzioni variamente connotate. Raccontare il Novecento avendo in mente la metodologia della ricerca storica può aiutare ad evitare questi scogli, perché significa presentare un cantiere ancora aperto, nel quale le porzioni diverse che compongono l'edificio del passato possono essere costruite quando non mancano i mattoni, a cominciare dalla disponibilità delle fonti e dalla capacità di confrontarle tra loro e con i diversi approcci interpretativi. 



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COMMENTI
10/07/2014 - Grazie (Gianni MEREGHETTI)

Grazie dei giudizi e dei suggerimenti, giusto non appiattire il passato sul presente, giusto non usare strumentalmente la storia, questo sfida ancor di più a considerare la storia per tutto quel che è, e pone la questione radicale, quella del punto di approccio alla storia, di riuscire a catturarne la specificità e la forza educativa. E' riproposta in modo preciso la questione ideale dello studio della storia, la sua metodologia che è vera solo se non ingabbia, se libera le energie vive che ogni epoca contiene. Questo è il problema serio dell'insegnamento della storia, non che sia esauriente, che arrivi a tutto, ma che insegni un metodo dii approccio a ciò che accade dentro lo scorrere del tempo.