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SCUOLA/ Maturità, chi sono le vere vittime del "rito"?

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Anche l'ultimo controllo è stato fatto, c'è tutto, si chiuda, carta, nastro, spago, ceralacca, timbri, firme. I compiti due volte sudati (da chi li ha fatti e da chi le ha corretti), i verbali, sudati anch'essi (da chi si sacrifica a passare tre settimane attaccato alle bizze del sistema on line), sepolti sotto strati di carta da pacchi nocciola, sono consegnati all'archivio e, si spera, ad un oblio senza resurrezione. 

Perché, in questo caso, se qualcuno grida "Lazzaro, vieni fuori!" è solo perché qualcosa è andato storto. Certo che il verbale, in particolare,  porta il pensiero, pur stanco, a soffermarsi sulla caducità delle cose di questo mondo. Non ha nemmeno il tempo di uscire dal ventre materno della stampante e già è inghiottito dalla bara. Anzi, viene al mondo solo per essere seppellito. È finito, anche quest'anno, l'esame di Stato, quello che forse non serve, che  comunque così com'è non va eccetera.

Ma serve, l'esame di stato? Lasciamo a chi se ne intende le considerazioni socio-antropologiche sull'opportunità di abbattere, nella società liquida che ci è toccata in sorte, anche quel poco che resta dei riti di passaggio all'età adulta. Stiamo all'esperienza scolastica. Su questa base una risposta negativa non sembra del tutto rispondente al vero. Bisognerebbe negare l'evidenza di ciò che si sperimenta nelle classi dell'ultimo anno, il salto di qualità nell'impegno e nel senso di responsabilità, non di rado anche nel comprendonio. Tanto che si potrebbe assumere forse proprio questo parametro – il manifestarsi o meno di questa diversa capacità di organizzare il lavoro e concentrare le energie – come discrimine essenziale tra chi ha  guadagnato una posizione più adulta e chi continua a lasciarsi scivolare tutto addosso.

Certo, ci possono essere altre vie, i test di ammissione all'università, per esempio. Tuttavia, a parte  l'ovvia considerazione che in molte scuole il percorso è in sé professionalizzante e quindi in qualche modo concluso, sarebbe giusto chiudere un'esperienza che occupa una parte rilevante della giovinezza con un anonimo scrutinio, uguale a tutti gli altri? Sapersi proiettare in avanti, verso la tappa successiva, è senz'altro importante, ma ad enfatizzare troppo il carattere "preparatorio" di ciò che si sta vivendo non si rischia di assottigliarne sempre più il significato, di bruciare il presente nel progetto del futuro, insomma di non viverlo? È davvero questo che vogliamo dire ai giovani, che la vita è il susseguirsi di tappe preparatorie, non significative di per sé? 

In quest'ottica, un momento conclusivo della scuola superiore, che sia abbastanza serio ed impegnativo e socialmente condiviso da funzionare come chiamata a rendere e rendersi conto del senso di ciò che si è fatto, non è riducibile ad accertamento del possesso di certi prerequisiti. Il passato e il presente personali valgono solo in quanto utili al futuro o hanno dignità propria? È vita, quella che ho vissuto e vivo, o solo preparazione alla vita?



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