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SCUOLA/ Se la "maturità" serve (anche) ai docenti per riscoprirsi uomini

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Michelangelo, David (1501-1504) (Infophoto)  Michelangelo, David (1501-1504) (Infophoto)

La porta si è chiusa. Tutti hanno discorso con il candidato, divenuto il fulcro dell'azione di questi professionisti radunati dal caso, ora tutti chini su di lui. Al suo servizio, perché la "maturità" del candidato potesse essere a loro rivelata. Ma tra un punteggio ed un altro, in una pausa caffè o sigillando la porta a fine mattina cominciano a circolare strane parole: "una bibliografia da tenere in conto per il futuro", "un argomento di inizio colloquio decisamente originale", "ragazzo interessante ma dai percorsi poco lineari" fino ad uno stupefacente "molto interessante lo stile del collega nell'interrogare", ed è qui che le orecchie di Ishmael si fanno particolarmente attente. Vale la pena di raccontare.

Non è un tribunale quello che si è lì radunato, pur dando alla fine un verdetto, il punteggio dell'esame di Stato, e non è nemmeno uno show, pur avendo tutti i presenti dei chiari ruoli che tutti hanno coscientemente rispettato. Attorno ad un teenager che desiderava andare in vacanza ed attraversare dignitosamente o splendidamente il Rubicone di questo strano rito di passaggio per accedere alla vita degli adulti è successo che i docenti, lavorando, volenti o nolenti, ma infine volenti in team, si sono accorti dello stile dell'altro o più semplicemente della presenza dell'altro. E ne sono stati felici. Nessun tribunale, nessuno show, ma fare scuola, nel suo vertice massimo per un adulto, che non sta neanche nella pur nobile arte della trasmissione della cultura, ma nel rinverdirsi in lui della scoperta di altri. 



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COMMENTI
20/07/2014 - ..e a maturandi per sentirsi riconosciuti uomini? (margherita fiorentino)

"...nel rinverdirsi in lui della scoperta di altri" vorrei volesse dire, anche, il "rinverdirsi" della scoperta, da parte del docente, di quella comune umanità racchiusa in tutto quel patema d'animo che ti sta di fronte e di tutta l'attesa e il significato che per quel "giovane altro", che ti sta scorrendo davanti, ha quel "verdetto" (che comunque deve essere emesso). Insomma non vorrei mai che, presi dal riscoprire un rapporto "di valore" tra colleghi, i docenti perdano di vista quanto valga mettersi davanti alla propria umanità prima di esprimere le loro valutazioni, che, per chi hanno di fronte, costituiscono anche un giudizio di valore sulla persona. Parliamo infatti di Maturità! Cosa che non dimentichiamo quanto possa influire sui comportamenti futuri dei maturandi. "L'essere chini a loro servizio", da parte dei docenti riuniti dietro quella porta chiusa, è un auspicio che condivido, che magari spesso si verifica, ma credo che davvero non sia la normalità. Nella normalità temo che spesso certi giudizi di maturità risentano di un criterio che vede, in certa considerazione di sé, da parte dei docenti, il metro di valutazione... risultando, queste ultime, spesso, preconcette e mortificanti di quella umanità, cui quei "giovani altri" pure stanno cercando di aprirsi, che dovrebbe costituire quel punto di incontro auspicato.

RISPOSTA:

Se i docenti non fossero stati convocati dal caso ma per quei giovani nulla sarebbe accaduto. Vedrei gli "Altri", tutti gli altri, come cerchi intersecanti e sempre in mutevole rapporto fra loro. Sul fatto che questo tipo di relazioni si instauri raramente durante un esame di stato posso certamente concordare, e non mi sono mancate situazioni sgradevoli. Ma Ishmael può solo raccontare, e il racconto è tale solo se, si spera con tocco delicato, ammicca ad un senso. Con le parole di Gaber, "Chiedo scusa se parlo di Maria". SB