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SCUOLA/ Se la "maturità" serve (anche) ai docenti per riscoprirsi uomini

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Michelangelo, David (1501-1504) (Infophoto)  Michelangelo, David (1501-1504) (Infophoto)

Chiamatemi Ishmael, perché vi racconterò una storia. 

Dell'esame di Stato nella sua attuale situazione si potrebbe dire molto, ed anche male, e non sarebbe molto difficile, elencando le problematiche relative alla natura delle tre prove scritte e del colloquio interdisciplinare, soprattutto con l'approssimarsi di quella paventata rivoluzione che dovrebbe avere avvio con le prime classi della riforma nell'estate del 2015. Oppure si potrebbe difenderne il valore di rito di passaggio per una generazione quasi priva di stimoli, indipendentemente dalle condizioni  in cui questo rito deve avvenire. Anche un certo scetticismo legato alla percentuale di oltre il 95 per cento dei promossi e le polemiche legate all'attribuzione del punteggio finale, sia per il singolo che in base alla distribuzione geografica, potrebbero essere degno di nota. Non si potrebbe nemmeno deprecare chi volesse lamentarsi della logica alogica che porta alla composizione delle commissioni, con materie non presenti in commissione perché non compatibili con il numero massimo di docenti. 

Esiste tuttavia un'arte, quella del "racconto" di Ishmael, il narratore di Moby Dick, testimone di una tragedia annunciata, e quest'arte è a mio parere superiore e più rischiosa di quella dell'analisi. La prima vive del momento fuggente, così chiaro al testimone e così opaco all'ascoltatore, la seconda sta solida sull'ampiezza del discorso ben condotto. Ma un racconto  può avvincere e persuadere, e dar nuovo vigore. Anche se non parla dei sette letti della favola di Biancaneve, ma di sette sedie rosse tutte in fila ed occupate, con una rossa dirimpetto e quattro file di sedie rosse anch'esse sullo sfondo. Un teatro moderno? No, un'aula preparata da qualche bidello per un colloquio dell'esame di Stato. 

Il racconto comincia quando la porta si apre ed entra il candidato, con la sua sporta di libri da mettere vicino alla sedia rossa su cui si siede. Quella sarà la sua scena per circa sessanta minuti, sia che ci arrivi saldo e sicuro dei suoi cinque alberi o insicuro e tremebondo su una scialuppa recuperata in fretta e furia. And the show begins.

Un docente mostra disinvolto un trittico apparentemente impossibile di Matisse, Munch e Picasso, un altro apre cortesemente un volume sull'evidenza di umanità che traspare da un testo di Leopardi,  suggerendo nessi ponderati, un altro vuole sapere della libertà in Nietzsche e Hegel, in un fuoco di fila serrato ma amico, un altro sottolinea puntigliosamente nessi e richiami fra generi letterari antichi, ormai perduti alla memoria dei più, come vitali alla coscienza delle generazioni moderne, un altro infine guida pazientemente sulle difficili strade del ragionamento scientifico. Il candidato sposta la sua sedia e la sua sporta da banco a banco fino a che la domanda di rito "Cosa farà da grande?" non segnala la fine di quei sessanta ("Già finito?") minuti e la sua uscita di scena, magari di corsa, perché è stato duro tener testa alla propria paura, pur con tutte quelle voci amiche, di professori e compagni, nella sua testa, l'eco dello studio condotto assieme. 



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COMMENTI
20/07/2014 - ..e a maturandi per sentirsi riconosciuti uomini? (margherita fiorentino)

"...nel rinverdirsi in lui della scoperta di altri" vorrei volesse dire, anche, il "rinverdirsi" della scoperta, da parte del docente, di quella comune umanità racchiusa in tutto quel patema d'animo che ti sta di fronte e di tutta l'attesa e il significato che per quel "giovane altro", che ti sta scorrendo davanti, ha quel "verdetto" (che comunque deve essere emesso). Insomma non vorrei mai che, presi dal riscoprire un rapporto "di valore" tra colleghi, i docenti perdano di vista quanto valga mettersi davanti alla propria umanità prima di esprimere le loro valutazioni, che, per chi hanno di fronte, costituiscono anche un giudizio di valore sulla persona. Parliamo infatti di Maturità! Cosa che non dimentichiamo quanto possa influire sui comportamenti futuri dei maturandi. "L'essere chini a loro servizio", da parte dei docenti riuniti dietro quella porta chiusa, è un auspicio che condivido, che magari spesso si verifica, ma credo che davvero non sia la normalità. Nella normalità temo che spesso certi giudizi di maturità risentano di un criterio che vede, in certa considerazione di sé, da parte dei docenti, il metro di valutazione... risultando, queste ultime, spesso, preconcette e mortificanti di quella umanità, cui quei "giovani altri" pure stanno cercando di aprirsi, che dovrebbe costituire quel punto di incontro auspicato.

RISPOSTA:

Se i docenti non fossero stati convocati dal caso ma per quei giovani nulla sarebbe accaduto. Vedrei gli "Altri", tutti gli altri, come cerchi intersecanti e sempre in mutevole rapporto fra loro. Sul fatto che questo tipo di relazioni si instauri raramente durante un esame di stato posso certamente concordare, e non mi sono mancate situazioni sgradevoli. Ma Ishmael può solo raccontare, e il racconto è tale solo se, si spera con tocco delicato, ammicca ad un senso. Con le parole di Gaber, "Chiedo scusa se parlo di Maria". SB