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SCUOLA/ Alla ricerca della "memoria" perduta

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Noi infatti cogliamo sempre il presente all'interno di un orizzonte temporale sintetico. L'orizzonte che ci permette di parlare del presente trascende sempre l'immediatezza e si chiama memoria, e la memoria (come ci ricordano tutti i filosofi della temporalità da Agostino in poi) è la custode non solo dei ricordi del nostro io, ma anche della nostra strutturale apertura agli altri e all'infinito.

La conoscenza storica si riferisce quindi al passato in modo particolare, in quanto l'oggetto della storia non è il passato in quanto tale, ma la realtà del passato in quanto vissuta, risignificata e organizzata dagli uomini. In questo senso la storia non coincide mai con la dimensione memoriale dell'antropologia, perché suo oggetto non è tanto ciò che una realtà ha significato per la crescita dell'identità personale del singolo studente, quanto la realtà del passato con tutta la gamma delle possibilità di risignificazione della esperienza di un gruppo, di un popolo, di una nazione, di un'identità collettiva nel tempo. Sinteticamente, si può definire la conoscenza storica come la «conoscenza del passato umano in quanto umano» (Henri-Irénée Marrou).  

La conseguenza sul piano educativo è che l'introduzione alla memoria storica deve mirare ad inserire la maturazione della consapevolezza della propria identità nella rete delle possibilità e caratteristiche specifiche della propria "famiglia umana di origine".

Questo implica l'esigenza di inserire la propria storia contestualizzandola in una realtà più ampia e significativa dal punto di vista delle svolte esistenziali, secondo una modalità "inclusiva" e non semplicemente "estensiva" della propria ricerca identitaria. 

Illustra bene il senso di questa specificità della memoria storica quanto mi raccontava recentemente una maestra, che, per introdurre i bambini alla dimensione storica, non si è limitata a far loro ricostruire la linea del tempo a partire da volti e date connesse alla storia della propria famiglia, ma li ha aiutati a comprendere che tanti avvenimenti familiari andavano collegati ad una svolta connessa alla realtà "comunitaria" vissuta dai nonni, che aveva finito per condizionare la linearità cronologica dei dati raccolti dividendo o aggregando in modo nuovo le storie individuali (nel suo caso l'immigrazione nel milanese degli anni 50-60 costituiva la facile esemplificazione di un grande punto di svolta).

Il senso della dimensione storica rimanda quindi sempre all'intreccio tra il nostro io che cerca di rispondere al suo bisogno di verità e felicità e il contesto umano in cui siamo inseriti, e questo intreccio avviene sempre e comunque nella forma della socialità; avviene sempre all'interno di una realtà "comunitaria", sociale, di popolo.

Dire che la storia ha strutturalmente a che fare con la prassi umana, non significa però ridurre la dimensione storica ad un sapere immanentisticamente o materialisticamente determinato, perché la prassi va considerata come la dinamica con cui gli uomini cercano di vivere e costruire il loro rapporto tra loro e con la realtà secondo tutti i fattori, ideali, sociali e materiali.



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