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SCUOLA/ Alla ricerca della "memoria" perduta

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Da questo punto di vista la storia è il tipico sapere umanistico, perché mostra in ogni periodo che l'uomo non si può ridurre solo ai suoi fattori materiali, economici e sociali, ma che l'urgenza d'infinito e la sua libertà possono scatenare svolte che rendono impossibile determinare leggi "oggettive" dello svolgimento della dinamica storica: "L'essenza dell'atteggiamento umanistico può essere definita come un interesse, colmo di rispetto e di simpatia, per la diversità: per gli altri uomini, per altre idee, per altri ambienti e per altre culture. […] Se accettiamo questa definizione dell'atteggiamento umanistico […] allora dobbiamo ricordare che il custode della diversità umana è la storia" (Witold Kula).

Ecco perché il tentativo di evidenziare il valore "pragmatico" della memoria storica, che accompagna molti sostenitori della necessità di uno studio della storia contemporanea che arrivi fino "all'ultimo miglio", è fondamentalmente velleitario; conoscere la storia ci aiuta a situare meglio quali sono i problemi dell'oggi, ma non ci fornisce certo un principio euristico per risolverli: "la storia non serve a sapere dove si va (se qualcuno ti dice di saperlo, è un bugiardo e un mascalzone), ma da dove vieni" (Umberto Eco).

La concezione pragmatistica dell'uomo, in cui il sapere è finalizzato all'azione, alla risoluzione pratica della problematica del presente, non appare quindi in grado di fondare il gusto profondamente umano della ricerca e della conoscenza storica.  

Si comprende di conseguenza come il problema della "contemporaneità" vada posto in altri termini. Lo ha detto bene Giorgio Rumi: "la contemporaneità della storia non sta nell'estrinseca vicinanza cronologica al fruitore, quanto nella capacità dello storico di comunicare l'esperienza dei nostri predecessori, essenziale nella comprensione di come e di chi siamo. Identità e appartenenza, luoghi e nazioni si spiegano e danno conto di sé nella misura in cui lo storico riporta a noi quelle realtà, altrimenti sigillate nel buio del tempo".

Allora non è necessario porsi il problema dell'insegnamento del Novecento, in particolare degli ultimi 50 anni? Nient'affatto. Proprio perché può introdurre alla contemporaneità dell'avventura umana nel tempo sia chi insegna storia romana o medievale come chi insegna il periodo della guerra fredda, il problema diviene in primo luogo 1. quello della "analogia" nella modalità di insegnamento, perché i ragazzi possano cogliere lo "spessore umano" che sta dietro le differenti categorie mentali, realtà istituzionali e sistemi economici dei vari periodi storici, e poi 2. quello della "proporzione" della programmazione, perché sarebbe contraddittorio con l'educazione al senso della durata e della complessità della storia non trovare il modo di individuare percorsi (non è necessario conoscere tutto di un periodo per capirne le coordinate) che permettano ai giovani di comprendere in modo non ideologico almeno i grandi nodi del nostro passato prossimo.



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