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UNIVERSITA'/ Avremmo bisogno di 35 Nobel chi mai ce li darà?

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Per questo, forse, l'impressione dei fruitori dei media è di trovarsi di fronte a burocrati e non a entusiasti profeti della bellezza e utilità della scienza, e di come la stessa prepara il futuro. Da qui una possibile origine del disinteresse pubblico: la condivisione di quanto si ascolta dipende dalla capacità di un relatore di trasmettere una verità a cui crede, specialmente se ha contribuito a scoprirla. 

Un' ulteriore causa dell'incultura scientifica riguarda l'isolamento degli scienziati dal resto della società, "solitudine" che in parte deriva da un antico malinteso: il desiderio di essere professionalmente puri, desiderio che per ragioni anche ideologiche ha escluso dagli organi di gestione delle istituzioni scientifiche componenti vitali rappresentate dall'industria, dal terziario e dalle professioni. È il paese reale che reagendo ignora chi lo esclude contestualmente sottovalutando quanto scienza e tecnologia contribuiscono all'organizzazione delle società moderne.

Avrete notato che la mia discussione, pur viziata da una visione di parte, addebita una parte significativa della "incultura" scientifica degli italiani agli operatori scientifici. Tuttavia, la situazione delineata da Rovelli va inquadrata anche nel contesto politico, sociale e mediatico nel quale il paese è immerso, a sottolineare che altre cause e situazioni agiscono sulla credibilità e accettabilità di quanto la scienza propone o spiega. Mi riferisco al clima di apoteosi del passato che permea specialmente i media e la politica, atteggiamento che addirittura vede forme di rinascita industriale legate solo al made in Italy di un finto "come una volta", non considerando per il paese le grandi avventure tecnologiche. L'atteggiamento riguarda molti settori artigianali − quello alimentare incluso −, la de-industrializzazione di interi distretti produttivi, l'eccessiva fiducia nel passato umanistico dell'Italia come traino di un turismo eletto a forma primaria di salute economica e, in generale, la diffusa convinzione che le produzioni primarie debbano passare in sott'ordine nei confronti della capacità di creare "valore aggiunto". 

È in questo contesto che nei media si attenua il ruolo delle scienze dure, quelle propedeutiche allo sviluppo tecnologico, e che, indipendentemente dalle responsabilità degli scienziati, la società dimentica assumendosi precise colpe: dai mancati sostegni all'insegnamento scientifico nelle scuole primarie e secondarie, ai bassi investimenti nello sviluppo di adeguate sedi universitarie e cluster di ricerca, alla mancata formulazione politica di credibili ipotesi di sviluppo futuro. 

Come noterete le responsabilità sono molte e di molti: e Rovelli, sul tema, ha avuto finalmente il coraggio di aprire una necessaria discussione.    



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