BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SCUOLA/ I nostri figli e la matematica, ecco chi c'è in mezzo

Pubblicazione:

Ritratto di Luca Pacioli (1495) attribuito a Jacopo de' Barbari (Immagine d'archivio)  Ritratto di Luca Pacioli (1495) attribuito a Jacopo de' Barbari (Immagine d'archivio)

Carola Traverso Saibante ha scritto sul Corriere.it un articolo sulla matematica a scuola: "Chi insegna matematica ai nostri figli? Tutti salvo i matematici puri". La domanda che pone si inserisce in una questione fondamentale, ancora non risolta: quale formazione per insegnare matematica? I numeri citati nell'articolo sono suggestivi, ma quello che comunicano non è univoco, cioè di facile interpretazione. Nella comprensione giocano infatti le convinzioni di chi ascolta. Per esempio, io mi sento inquieta quando si cominciano a tirare in ballo i "matematici puri". Chi sono costoro? Quelli che hanno una laurea specifica in matematica o quelli che sono dediti alla matematica nella forma più astratta? Un fisico matematico è un matematico puro oppure è reso un po' impuro dalla sintesi tra matematica e fisica? Un laureato con una tesi in algebra o in analisi è davvero qualificato per insegnare matematica a piccoli e grandi? Per rispondere a questa domanda, occorre premetterne un'altra: in cosa consiste un insegnamento della matematica che non generi ripulse o inutili paure, che comunichi l'umanità della matematica, cioè il suo legame con la realtà e con le domande insite nel cuore dell'uomo, il legame con la storia e con le scienze?

Siamo sicuri che per insegnare "bene" matematica occorrano tutti gli esami di una laurea specifica? Mi chiedo se è lecito ipotizzare una laurea che apre all'insegnamento dando criteri educativi generali e che poi specializzi gli aspiranti insegnanti in una o due materie da loro scelte. Per esempio nel giro di 3 o 4 anni. 

Tentiamo di fare qualche ipotesi su quale preparazione serve davvero. 

Noi che insegniamo matematica, siamo "allenatori" di calcoli oppure abbiamo il compito di aiutare a scoprire una mentalità e un metodo? Quale è lo spirito della matematica? Cioè siamo capaci di comunicare un'idea delle domande da porsi, dei modi per recuperare le informazioni e per verificare il lavoro fatto?  

Faccio un esempio. Quando incontro gruppi di insegnanti, soprattutto di scuola primaria, raccomando di favorire la possibilità di utilizzare procedimenti per tentativi: è come gettare un sasso in uno stagno. Nella scuola, per tradizione, i procedimenti su cui puntare sono quelli standard, gli algoritmi ben noti e codificati. Insisto, bisogna saperli, ma facendo una strada che ne faccia comprendere il senso e l'utilità, non imitando meccanicamente i passi dell'insegnante. Sono la fine di un percorso, non l'inizio. Per imparare bisogna avere uno scopo, avere una questione aperta, e i tentativi ci spingono a scoprire. Emerge la questione del significato, che è l'unico interessante facilitatore dell'apprendimento. 

Un altro esempio: le "famose" espressioni, castelli di operazioni… che non hanno motivi intrinseci di essere, nel senso che non emergono da un problema! Il prof comunica il metodo: "per ogni passaggio fatto, riportate sempre tutta l'espressione". "Perché, prof?" Ovvero: cosa c'entra questa scelta con la matematica, con quel quid che la caratterizza, cioè col pensiero? Prof, come insegni a ragionare se non permetti di fare scelte motivate? 



  PAG. SUCC. >