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SCUOLA/ Oliva (Treellle): la vera riforma? Abbattere il monopolio dello Stato

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Il simbolo del centralismo (Infophoto)  Il simbolo del centralismo (Infophoto)

Sulla qualità delle nostre scuole nessuno sa nulla: sono scatole nere. Quando si sa qualcosa, è solo per sentito dire. Questo perché in Italia non c'è un sistema di valutazione e di ispezioni che ci dica qualcosa di serio e di pubblico. Abbiamo una rotazione di insegnanti folle: pari al 25 per cento annuo. Questo le famiglie lo sanno? No. Ecco perché la prima cosa da fare sarebbe dare effettività a un sistema ispettivo che in paesi come Francia, Olanda e Inghilterra è serissimo. Solo dopo potremo discutere di chi è più bravo.

Intanto secondo lei la situazione qual è?
Oggi come oggi, sulla base del sentito dire e delle poche analisi realizzate, ci sono molte scuole statali ottime e molte drammaticamente non buone, così come ci sono paritarie d'eccellenza (in genere molto costose per le famiglie) e molte di pessima qualità.

Alla luce dei sistemi esaminati nel dossier (Gran Bretagna, Stati Uniti, Olanda, Francia e Italia) esiste un sistema di finanziamento che si possa definire oggetivamente migliore di altri?
L'opinione di Treellle in proposito è precisa. Noi riteniamo che l'istruzione sia un bene pubblico, non solo un servizio, e quindi debba essere un servizio totalmente finanziato dallo stato con risorse proprie.

Cosa vuol dire che l'istruzione è un bene pubblico e non solo un servizio?
Vuol dire che è come l'acqua: bisogna garantirla a tutti, è un bene troppo importante perché sia sogetta a un regime di libero mercato.

Quindi lei in tema di istruzione non è un liberista puro.
Il libero mercato nel settore dell'istruzione avrebbe delle pericolosissime tendenze a segregare socialmente la popolazione, madando i ricchi nelle scuole migliori e i poveri in quelle peggiori. Non è giusto: occorre garantire quanto più possibile pari opportunità a tutti. Ma questo non vuol dire gestione pubblica diretta delle scuole, come avviene ora. Tutti i paesi citati fanno distinzione tra risorse pubbliche, per garantire un sistema di pari opportunità, e gestione delle singole scuole, che può essere statale, comunale o non statale da parte di soggetti "riconosciuti".

E perché fare questa distinzione?
Ma perché la gestione è migliore quando i soggetti gestori hanno la libertà di gestire risorse  pubbliche adattando le scelte alle situazioni diversificate che affrontano. In una zona deprivata come Scampia è fondamentale motivare gli studenti a venire a scuola, perché non ci vanno, ma in centro a Milano non c'è questo problema (e ciò non toglie che ve ne siano altri). Nelle due situazioni il modello organizzativo e educativo non può e non deve essere lo stesso. A Scampia bisognerebbe prevedere probabilmente orari più lunghi, tenere i bambini a scuola fino alle 18, dando loro supporti maggiori e comunque diversi che in centro a Milano. Tutto questo la scuola rigidamente gestita dallo stato non lo può fare: ciò che può fare è praticare una inadeguata e rigida uniformità. 

Di cui all'estero, nei paesi virtuosida voi esaminati, non c'è traccia, è così?



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