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SCUOLA/ Pas, tre punti per evitare altre soluzioni "all'italiana"

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Le lezioni più apprezzate sono state proprio quelle che hanno saputo declinare teoria e pratica, senza mai disgiungerle: purtroppo ancora una volta − complice lo stesso decreto − molti atenei o singoli docenti hanno elargito a piene mani molta teoria, sia disciplinare, sia legata alle materie trasversali (pedagogia, didattica, psicologia, multimedialità…), ricadendo nell'errore − ormai cronico − di offrire, ai corsisti dei percorsi abilitanti, grandi quantità di teoria, o già conosciuta o, seppur affascinante, poco spendibile in classe. È questo un nodo fondamentale, che occorrerà sciogliere in qualche modo, per rendere  ealmente produttivi i corsi abilitanti − a meno che li si voglia considerare solo un pedaggio da pagare alla burocrazia omnivora del Bel Paese.

La valutazione dei corsisti − Così come bisognerà sciogliere il nodo della valutazione/selezione dei corsisti: alcune università hanno selezionato a monte, con esami ripetuti che − di fatto − sostituivano le prove preselettive. Altre lo hanno fatto a valle, in sede d'esame finale: è ovvio che ci siano stati dei casi problematici ed è altrettanto naturale e corretto che gli atenei abbiano deciso per la non abilitazione di alcuni corsisti, anche se si è trattato di condizionare pesantemente per il futuro il percorso lavorativo di docenti che, ricordiamolo, lo stato italiano ha utilizzato − ed anche spesso sfruttato − per anni (3,5, 10 ed anche di più) senza mai metterne in dubbio le competenze.

Una proposta − Ci sembra perciò veramente poco corretto dal punto di vista etico che, dopo anni di lavoro, lo stato pretenda di "fermare" questi insegnanti − lasciando, tra l'altro, la patata bollente ad altri! −. Non che tutti debbano abilitarsi. Il punto è che non si può pensare di porre uno sbarramento dopo anni di servizio. Per questo lanciamo un appello al Miur: dateci per piacere un percorso abilitante ordinario, che, come in ogni paese civile, si svolga ogni anno (massimo due), offrendo così la possibilità a chi vuole insegnare, di misurarsi da subito con le proprie competenze ed attitudini. Perché mai per ogni attività è previsto un esame di Stato che si svolge con cadenza regolare, mentre per diventare insegnanti occorre subire questi percorsi talvolta poco rispettosi della persona? Forse − anzi, probabilmente − perché la professione docente è considerata ancora un mestiere di seconda categoria. Invece anche dentro il gran "calderone" del Pas si sono nascosti docenti di talento, appassionati, con grande voglia di insegnare, e che spesso hanno arrancato − se non addirittura ceduto − nella fase conclusiva, proprio perché volevano fare bene… e non c'era neppure il tempo per fare bene le cose! È stato perciò un percorso particolarmente accidentato, faticoso sia per chi ha frequentato, sia per chi ha dovuto giudicare.



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COMMENTI
12/08/2014 - un'argomentazione inconsistente (enrico maranzana)

Abilitare a una professione richiede la conoscenza dell’ambiente in cui il lavoratore è da collocare. Un assunto elementare che lo scritto elude. Il sistema educativo è orientato alla promozione di capacità e di competenze, categorie sconosciute al mondo accademico. Un professionista conosce, condivide e partecipa ai progetti volti al conseguimento della finalità istituzionale, per cui è essenziale domandarsi: cosa differenzia le competenze generali da quelle specifiche? Competenza sta per adattamento o per affermazione delle potenzialità individuali? Una competenza è una primitiva? In caso contrario quali le sono sue componenti? Le competenze si possono insegnare? Come si promuovono le competenze? A chi compete la responsabilità della promozione delle competenze? Problematiche che non sono risuonate nelle aule universitarie. In rete “La professionalità dei docenti: un campo inesplorato” chiarisce i termini della questione.

RISPOSTA:

Maranzana, come spesso accade, non ha letto l'articolo che commenta. Se il titolo fosse stato "La professionalità dei docenti: un campo inesplorato" - ovvero il suo articolo, che ho letto con interesse -, avrei concordato con lei: non ci sono argomentazioni. Peccato che il titolo del mio pezzo sia un altro. Forse l'avrà letto in modo affrettato - la capisco, è metà agosto - ma ancora una volta non ha colto il tema. Che non è se e quali competenze esporre nei Tfa e se gli accademici le hanno o meno insegnate, ma semplicemente la richiesta di corsi abilitanti annuali. È una questione totalmente diversa. No? D'altra parte, se a lei sta cuore riflettere su chi e come e che cosa insegnare nel Tfa, o se vuole discettare sulla questione delle competenze potremmo parlarne diffusamente: ma in altri articoli. Lei poi dice: "abilitare ad una professione richiede la conoscenza dell'ambiente in cui il lavoratore è da collocare. È un assunto elementare che lo scritto elude": ma se proprio nel mio pezzo lamento la mancanza del tirocinio, cioè della "conoscenza dell'ambiente di lavoro". Ed anzi sottolineo che le università hanno elargito troppa teoria! Purtroppo, le assicuro, nelle aule universitarie il tema delle competenze è risuonato ma spesso solo come teoria: semmai la questione è proprio che occorre valorizzare l'esperienza dei docenti, e che possono insegnare ad insegnare coloro che già lo fanno ovvero i docenti: perché sono loro che conoscono "l'ambiente di lavoro". Mi sembra che lei abbia letto il mio articolo, avendo in testa il "suo" articolo. Se poi lei ha voluto sponsorizzare il suo pezzo, è un'altra questione. Ma non dia dell'incoerente e incapace di argomentare a chi, in parte, la pensa diversamente da lei o - più semplicemente - a chi ha scritto un pezzo su un'altra tematica. MF