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SCUOLA/ Come insegnare inglese agli studenti della riforma?

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Questi esempi di scelte didattiche, a cui se ne potrebbero aggiungere molti altri, corrispondono davvero alla realtà dell’insegnamento della lingua e quindi al suo apprendimento? Personalmente credo che ben pochi studenti rimarrebbero completamente indifferenti a una esperienza che li veda attivamente coinvolti come esseri senzienti, per quanto ancora balbettanti in una lingua non propria, in un  processo di scoperta (non di costruzione si badi bene) del significato di esperienze complesse, dove anche una piccola curiosità, perché ad es. non si chiudono le porte e le macchine  a chiave, o la topografia di una cittadina, non sono trivia, ma elementi spicci di una esperienza  culturale complessiva che il docente sa presentare ai suoi studenti, in class  and out of class? La realtà dello studente in uscita dal primo ciclo completo della Riforma, in teoria indipendent user a livello B2, rischia di essere purtroppo diversa, e il rimedio non sta al momento in una ennesima revisione della normativa, per quanto le Indicazioni Nazionali non siano a mio parere di nessun aiuto nello spronare i docenti ad un effettivo miglioramento della didattica e della relazione pedagogica. Sarebbe stato opportuno, in sede di formulazione delle stesse, proporre un dettaglio delle abilità e dei contenuti, in particolare ponendo, come è stato fatto per altre discipline, un “canone”, vale a dire ciò che è veramente essenziale per la formazione di giovani che non avranno modo di continuare questo processo di familiarizzazione culturale se non con soggiorni all’estero coi programmi Erasmus dove, giustamente, ci si aspetta che una competenza di base, learning to learn, sia almeno inizialmente acquisita. E dove l’interesse dello studente universitario è ormai finalizzato ad un percorso specifico, cosa del tutto legittima. Mi sembra che al momento l’unica strada perseguibile, inserendosi però in una learning community stabile di proprio gusto, sia cominciare a fare  quanto si sarebbe dovuto fare da almeno cinque anni, o continuare a farlo con occhio critico, cogliendo il suggerimento delle indicazioni nazionali, ed integrandolo con quanto di buono esperienze lunghe di insegnamento hanno prodotto (l’età media del  docente è over 50), per arrivare ad una ipotesi articolata  In caso contrario, la descrizione  delle competenze in uscita sarà a fine anno scolastico 2014/5 una operazione burocratica, di cui la scuola non ha certamente bisogno.



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COMMENTI
02/08/2014 - learn to learn (lucia corucci)

Gent.le Red. Sicuramente parla da insegnante di lingue.Io cercherò di risponderle da insegnante di lettere (ita e lat nel liceo pedagogico e linguistico).Condivido quello che dice che però può nn risultare chiaro a tutti i comuni mortali che,come genitori, desiderano , per i loro figli , che l'inglese (è questo che si vuole)sia insegnato al meglio (=capire e parlare),e che,come docenti,aspirano ad una didattica veramente aperta al nuovo(=acquisizione della max competenza,imparare ad imparare).Nella scuola sarà difficile mettere in atto fino in fondo la nuova direttiva sull'insegnamento in lingua di una o più materie curriculari:i docenti non sanno l'inglese e quelli che lo sanno ad un buon livello sono veramente pochi e , spesso,hanno approfondito le loro conoscenze motu proprio,"senza oneri per la PA ".I ragazzi (non tutti)spesso praticano un inglese maccheronico che nn reggerà all'impatto con gli studi universitari.Poche, troppo poche,le ore con il docente madrelingua.Bene :come al solito a discorsi si investe sulla scuola , si parla di fondo di isituto per incentivare la didattica in lingua,fondo con il quale vanno finanziati progetti,gite , acquisti di carta..Concludo:mettiamo in grado i doc.di aggiornarsi:essi lo faranno, anche gli over 50.Ah..l'inglese lo sanno poco anche gl7 under 50 Lucia Corucci '