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SCUOLA/ Un paese di "competenti": sì ma come?

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Un altro ostacolo sta nel fatto che la logica del profilo in uscita non è quella del curricolo, perché più che partire dall'offerta (progetti, attività, metodologie) punta all'esito: si parte dal fondo e si vede come arrivare alla meta. Si sa quanto gli insegnanti sentano con insofferenza l'idea che si debba arrivare a un esito (possibilmente comune a tutta l'Italia); decenni di valutazione formativa hanno condizionato la percezione dei più, che non a caso se la prendono poi con la prova Invalsi (specialmente se fa parte dell'esame di Stato), perché viene al dunque e non tiene conto dei condizionamenti sociali, del contesto territoriale, del punto di partenza, degli sforzi, degli aspetti emotivi e di tutto quanto fa sì che ognuno sia diverso dall'altro.

L'incapacità del sistema scolastico italiano di raggiungere standard formativi comuni è un problema insoluto, che anzi si ripresenta ad ogni rapporto Invalsi (il sud indietro, alcune regioni pericolosamente marginali, differenze abissali anche fra scuole dello stesso territorio). Il vero peccato di origine dell'Istituto per la valutazione sta nel mettere a nudo problemi che hanno origine altrove, e che nessuno vuole né "realizzare" (to realize è verbo intraducibile: significa che è così e basta) né tanto meno affrontare e risolvere. 

In questo modo la forbice, ancora contenuta a livello di scuola primaria, si allarga man mano, fino a generare diplomati che non hanno raggiunto un qualche profilo in uscita chiaro, ed escono magari con 100 e lode ma affondano in università rigorose (e anche laureati che non sanno scrivere una pagina in italiano corretto: ne sa qualche cosa chi ha a che fare con i Pas, i percorsi abilitanti speciali, dove si cimentano fianco a fianco candidati preparatissimi e candidati assolutamente impresentabili anche a una prova di maturità). Ecco che il tema del profilo in uscita cessa di essere un argomento di dibattito per pedagogisti e disciplinaristi, e si mostra per quel che è: un problema di politica scolastica.

Il nodo che verrà presto al pettine è l'esame di Stato: si riaccenderanno le dispute su come misurare le competenze? Non si terrà conto affatto del profilo in uscita? Si farà una prova standardizzata con carattere di misurazione? E come farla, viste le differenze enormi fra gli indirizzi? E per parlare di aspetti più ristretti, che prova scritta faranno i ragazzi? Al di là delle lodevoli intenzioni di chi propose il commento al testo (tipologia A), il saggio breve e l'articolo di  giornale (tipologia B), il risultato non è all'altezza delle aspettative: il commento al testo è scelto da una minoranza quasi irrilevante di alunni e non incide sull'insieme della scuola italiana in modo significativo (v. dati del ministero), la retorica della prova scritta "documentata" (semi-autentica, anche questa doveva essere "non scolastica") si riduce per la maggior parte degli studenti nell'incapacità, davanti ai molti documenti proposti, di problematizzare, di proporre un'idea sintetica qualsivoglia e di costruire un discorso organico che non sia un copia e incolla di citazioni dai documenti. Sarebbe giusto però ripensare non solo la prova, ma anche quali "competenze" si vogliono verificare.



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COMMENTI
23/08/2014 - un ragionamento sulle sabbie mobili (enrico maranzana)

Competenze matematiche, competenze scientifiche, competenze riguardanti l’italiano .. una casistica che deriva dal mancato approfondimento della natura della competenza. Essa non è un ente primitivo: deriva dall’accostamento di capacità e di conoscenze, se il cardine del servizio scolastico è la persona umana, dall’accostamento di abilità e di conoscenze, se il traguardo è l’adattamento al contesto. La legge, definendo la finalità del sistema educativo, prospetta la prima accezione. La promozione e il consolidamento delle capacità, che si manifestano sotto forma di competenza, è il traguardo che unifica e qualifica tutti gli insegnamenti, la loro rimozione dallo scenario scolastico è la causa “della divisione fra gli insegnamenti, spesso alimentata dai presidi”. La scuola vive nel passato: non accetta il concetto di sistema e di progettazione. E’ abbarbicata alla parcellizzazione e all’incontrollabilità. Chi opera nella scuola rifiuta di abbandonare i tradizionali, rassicuranti percorsi fondati sui libri di testo; non intende ipotizzare e validare itinerari disegnati in funzione delle esigenze nazionali e del territorio.