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SCUOLA/ Perché i classicisti non dovrebbero insegnare italiano anche nel triennio?

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Chi non ha senso storico non può essere nemmeno un buon insegnante di materie classiche. Più volte, per esempio, ho sentito il prof. Zanetto, che ho avuto la fortuna di avere come docente al ginnasio per qualche tempo, ricordare come il suo maestro Del Corno andava alla ricerca degli elementi di discontinuità tra il mondo greco che stava trattando ed il presente.

Mi sembra debole sostenere che i la categoria "classicisti" leggerebbe i moderni essenzialmente alla luce dei classici. Tentazione  uguale ma di segno opposto a mio avviso sarebbe sostenere che i  "modernisti" deliberatamente ignorassero echi delle letterature classiche in quelle moderne.

Nessun uomo di cultura infine é privo di un piano di lettura e si comporta come don Abbondio che, come scrive Manzoni, "si dilettava di leggere un pochino ogni giorno; e un curato suo vicino, che aveva un po' di libreria, gli prestava un libro dopo l'altro, il primo che gli veniva alle mani."

In sostanza. Non si tratta di riproporre per i docenti una querelle des Anciens et des Modernes, per cui i classicisti sarebbero addirittura un "ostacolo". Si tratta invece di delineare la figura professionale dell'insegnante di letteratura.

Un buon insegnante, che parta come classicista o modernista,  dovrebbe poter orientarsi nel mondo letterario ma soprattutto culturale, con una formazione costante. 

Nella questione cattedre, classi di concorso la questione è invece pratica,  di gestione risorse umane in base a specifiche competenze, anche acquisite sul campo non solo derivate da curriculum universitario.

Io ho sempre insegnato italiano in biennio, ritenendolo professionalmente indispensabile per non chiudermi nel recinto delle lettere antiche. Sinceramente per la mia formazione professionale, cosa che ho fatto presente alla preside, ritengo che un insegnamento di lingua e letteratura italiana in triennio sia più indicato che lo svolgano colleghi modernisti, non per pregiudizi, ma per una serena valutazione delle competenze nella situazione presente. Se le circostanze fossero diverse, si potrebbe pensare di valutare diversamente.



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COMMENTI
04/08/2014 - C'è un po' di confusione.. (Franco Labella)

Pur non essendo il mio ambito ho letto con attenzione ed interesse il lungo articolo di Lamagna che mi pare oscillare, però, tra premesse teoriche accettabili e conclusioni decisamente meno condivisibili. La chiusa finale, la chicca, è lo spregiativo riferimento all'atto amministrativo che parrebbe essere, nella logica dell'autore, meno significativo e utile di criteri di scelta per la verità piuttosto oscuri e contraddittori non si capisce sussunti in quale cornice di riferimento. Per Lamagna il curriculum universitario no o per lo meno non solo. E' una solfa già sentita ed è quello che ha consentito ai docenti di Lettere come Lamagna di essere considerati, all'inizio addirittura i soli, in grado di insegnare la disciplina fantasma e cioè Cittadinanza e Costituzione. Per "fortuna" di famiglie e studenti è una disciplina fantasma e senza valutazione in pagella. Poi bontà loro e dopo un po' di battaglie si sono ricordati dei colleghi di Discipline giuridiche.... Ovviamente Lamagna mi perdonerà se faccio osservare che come laureato in Lettere non ha sostenuto uno che sia uno esame di Diritto. Ma tornando all'idea piuttosto singolare di una valutazione di esperienze e percorsi personali, non viene a Lamagna il dubbio che così non si costruisce alcun criterio ma solo arbitrarietà, scelte non omogenee ed in buona sostanza niente altro che l'italica improvvisazione? L'esatto contrario, cioè, di regole certe applicate in maniera omogenea su tutto il territorio nazionale.