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SCUOLA/ Spesa e lavoro, l'Ocse mette il dito nella piaga

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Altro messaggio che l'Ocse ci dà, malgrado alcune "semplificazioni" diffuse in queste ore: la riduzione della spesa in istruzione, se ponderata, non implica una diminuzione della qualità dell'apprendimento degli studenti. Anzi: i giovani italiani migliorano le loro competenze di base anche se si riduce il numero degli insegnanti e ci sono meno risorse a disposizione. Merito questo proprio degli insegnanti che sono riusciti a non scoraggiarsi con i famosi "tagli". Ad oggi la spesa pubblica per studente dell'Italia è a ridosso della media Ocse; dietro a noi paesi come la Corea del Sud e Israele. Il rapporto studenti-docenti è persino troppo "basso": 12 studenti per 1 insegnante alle elementari e secondarie inferiori, rispetto alla media Ocse di 15 a 1 nella primaria e 14 a 1 nella secondaria inferiore. Nelle nostre aule ci sono in media 20 studenti, così come nelle rinomate Austria e Finlandia. Alle secondarie in Corea del Sud e Giappone, paesi avanzatissimi, ci sono più di 30 ragazzi in una classe. E non per questo la si considera una diminutio.

Nonostante tutto il sistema educativo italiano mantiene dunque reattività e, con le giuste riforme, può diventare competitivo e tornare a rispondere alle aspettative di giovani, famiglie, imprese. Più collegamento con il lavoro e meno "pessimismo cosmico" possono aiutare la nostra scuola e le nostre università a ritrovare la fiducia degli studenti italiani che, come l'Ocse conferma, hanno mostrato di meritarsela.



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