BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

UNIVERSITA'/ Marmolejo (Banca Mondiale): quella italiana è da buttare

Pubblicazione:

Infophoto  Infophoto

"Fortissima rigidità, inefficienza curricolare, provincialismo e limitata correlazione con i bisogni futuri dell'economia e della società in generale": un giudizio tranchant, quello che ha dell'università italiana Francisco Marmolejo, coordinatore dell'Istruzione terziaria alla Banca mondiale. Ilsussidiario.net gli ha rivolto alcune domande.

Dopo la crisi finanziaria del 2008 e i suoi effetti sull'economia reale, si assiste ad una rivalutazione della teoria del capitale umano. Quali sono le conseguenze per lo sviluppo dell'università?
Noi preferiamo parlare di educazione terziaria, considerando una prospettiva più ampia che include non solo le università, ma anche altri tipi di istituzioni e offerte accademiche dopo gli studi secondari. Dopo la crisi finanziaria del 2008, l'educazione terziaria ha aumentato drasticamente la sua importanza, come è dimostrato da vari studi sui suoi elevati ritorni sociali ed economici per i singoli e le comunità. Noi viviamo ora in un mondo che è ancora più globale, estremamente competitivo, in continuo cambiamento, basato sulla tecnologia e, ancor più importante, sempre più fondato sulla conoscenza. Allo stesso tempo, rimangono sfide significative dato che molte società, anche in economie altamente sviluppate, combattono con una elevata diseguaglianza.

Quindi?
In questo contesto, le istituzioni dell'educazione terziaria devono diventare più rapidamente capaci di provvedere un'educazione più idonea alle generazioni attuali e future, fornendo agli studenti non solo adeguate capacità tecniche di alto livello, ma, e più importante, una conoscenza globale, una mentalità multiculturale, un responsabile comportamento sociale e, infine, un interesse costante a continuare ad imparare per il resto della loro vita.

Quali sono i Paesi che investono di più e meglio nell'educazione secondaria? Perché? Su quali basi e con quali conseguenze?
Probabilmente il caso più emblematico di un Paese (governo, aziende e genitori) che ha realizzato una delle più consistenti politiche di investimenti a lungo termine nell'educazione terziaria è la Corea del Sud. In sole due generazioni, nella fascia di età idonea per l'accesso all'università, la percentuale di iscrizione è passata dal 20% a più del 65%. In Italia, nello stesso periodo, la percentuale è passata dal 10 al 20%.

Che disparità vi sono tra le università dei Paesi sviluppati e quelle delle università del Terzo Mondo?
Se la misura adottata sono i risultati nella ricerca, vi sono ovviamente notevoli differenze, dovute soprattutto ai maggiori investimenti nelle università e in generale a un ecosistema più favorevole. Tuttavia, vi sono contributi significativi che i Paesi in via di sviluppo hanno dato, aumentando l'accesso all'educazione universitaria di segmenti della popolazione che, altrimenti, non avrebbero neppure potuto considerare una simile opportunità in tutta la loro vita.

Qual è la sua opinione sulla situazione dell'università italiana? Quali sono i suoi problemi maggiori? 



  PAG. SUCC. >


COMMENTI
12/09/2014 - Da buttare? (Giovanni Salmeri)

«Dare i nomi ai gatti è una cosa difficile», scriveva Eliot, e dare i titoli agli articoli non è da meno. Ma qui Marmolejo non sta dicendo affatto che l'Università italiana è «da buttare»: sta dicendo che è da potenziare in tutti i modi, che è da liberare dalla burocrazia asfissiante, che è da rivitalizzare aumentando lo spazio della formazione umanistica (ops, ora si dice «soft skills»), lasciando da parte l'illusione che ci si prepari al lavoro sostituendo la cultura classica con infiniti libretti di istruzione, obsoleti dopo qualche mese. Mi pare che sia esattamente il contrario del «buttare». O no?