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SCUOLA/ Come fa un prof a risvegliare il "Cicerone" che c'è in lui?

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Comunicare è far partecipe l'altro di un contenuto che riteniamo importante, attraverso un codice preciso, all'interno di un orizzonte di senso condiviso, mai elitario, tutto da costruire tra l'emittente e il ricevente della comunicazione. Possibile che sia così chiaro per consulenti aziendali e non per insegnanti esperti e motivati a far bene?

Comunicare è offrire un contenuto di valore a un altro, ed è sempre questo "altro", il ricevente della comunicazione, il vero "protagonista" della comunicazione. Quanto cambierebbe ogni lezione se ciascun docente avesse chiaro che il protagonista non è lui che parla, ma i suoi allievi che lo ascoltano! Sono loro, gli allievi, che non capiscono mai, o sono i docenti a non saper comunicare in maniera efficace? Banale forse, eppure è una rivoluzione per quel mondo spesso egocentrico e autoreferenziale degli insegnanti, degli educatori e, non di raro, dei sacerdoti, di rapportarsi a chi hanno di fronte.

L'altro, il "cliente" nella terminologia aziendale, nel caso dell'insegnante è il più difficile dei "clienti". Il giovane discente infatti ha un fiuto infallibile per ciò che è autentico e interessante. Non ha senso uscire soddisfatti da un'ora di lezione perché si è detto tutto quel che ci si era prefissati, se non siamo riusciti ad intercettare l'altro, chi è davanti a noi.  

Se lo scopo è che l'altro sia partecipe del nostro messaggio, è l'altro che dobbiamo guardare, è "l'altro" che va servito e sollecitato a venir fuori con tutti gli strumenti a nostra disposizione. Abbiamo tanti strumenti per farlo e dovremmo esserne coscienti per ottimizzare, anche in senso economico, le nostre risorse ed energie: il codice orale, gestuale, corporeo, scritto, virtuale, mediatico, digitale.

Il vero comunicatore sa prendersi momenti e pause di silenzio, sa aspettare pazientemente la risposta o la domanda dell'altro invece che parlarsi addosso da solo, sa cercare i feedback che gli diano la certezza che la comunicazione sta  avvenendo.

Chi comunica sa che deve rimodulare il proprio linguaggio a partire dalle categorie e dagli schemi mentali di chi riceve la comunicazione per poi portarlo su di un piano più elevato, permettendo di fare un percorso. Quante volte invece, tanto i manager che i docenti, per paura, per darsi un tono o ancora peggio per una decisione presa di tenersi a distanza dal proprio "pubblico", decidono di non prendersi cura del ricevente, usando un linguaggio specialistico e elitario, inaccessibile per l'altro. 

Usare dei tecnicismi è una maschera che ci mantiene in un'area di comfort che ci dà sicurezza; invece saper costruire un codice chiaro e condiviso con l'altro crea fiducia e permette una relazione comunicativa di lungo periodo. Senza decidere di entrare nella relazione comunicativa, aperti e disponibili ad ascoltare l'altro, non c'è possibilità alcuna che passi qualcosa. Questa disponibilità e apertura dev'esserci naturalmente anche in chi ascolta, ma deve esserci innanzitutto in chi comunica. 



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