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UNIVERSITA'/ Soldi, valutazione, organico: il "mantra" non basta più

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Queste accuse, che danno la possibilità di scoprire reali problemi nell'istituzione universitaria, rischiano però di allargare troppo il campo, dando all'università colpe delle quali non è ultimamente responsabile: se l'università non introduce a un significato nel vivere, non è colpa dell'università stessa, ma del clima culturale complessivo dell'occidente avanzato, cioè di chi ultimamente ha in mano le leve per decidere dove tira il vento culturale del mondo in cui viviamo.

Si può restare ammirati della libertà con la quale gli americani accettano e desiderano di misurare criticamente l'efficacia delle loro secolari istituzioni, ma soprattutto dovremmo chiederci anche noi se per l'istituzione universitaria non sia arrivato il momento di un ripensamento in profondità. Deresiewicz propone un'analisi durissima e in larga parte condivisibile del sistema americano, ma esiste un Deresiewicz italiano? Ancora meglio: esiste un Deresiewicz che oltre a sottolineare errori accetti la fatica di indicare un orizzonte possibile per un cambiamento reale dell'università? 

La crisi e i cambiamenti rapidissimi cui siamo stati costretti negli ultimi vent'anni devono farci capire che è arrivato il momento di operare un'audace ed efficace operazione di rinnovamento innanzitutto culturale. 

Allora non sarà inutile chiedersi a cosa serve l'università e cosa è diventata, prima di piangere perché gli italiani spendono di più per il canone. Questa domanda è cruciale soprattutto all'inizio dell'anno accademico. È un anello di congiunzione fra scuola e mondo del lavoro? È un momento di crescita culturale? È il luogo della ricerca? Sono tutte cose verissime dal punto di vista "funzionale", ma quella importante è un'altra, come lo stesso Deresiewicz sembra adombrare: il cuore profondo dell'università è un rapporto libero fra maestro e studenti, teso alla conoscenza del mondo. Un rapporto nel quale chi apprende sia libero di chiedere e appassionarsi e chi è lì per insegnare sia aperto e desideroso di incontrare la domanda di chi per la prima volta si affaccia alla vita adulta. Questo veramente prepara e forma la persona per l'ingresso della vita adulta: le dà audacia, passione, senso critico, capacità di adattarsi e risolvere problemi, gestire relazioni e situazioni gravi. Non si limita a fornire vuote "competenze" o sterili nozioni. 

Chiediamoci allora per un sistema a inerzia molto elevata come il nostro che cosa possa aiutare realmente la crescita dei nostri atenei. Il primo punto è una reale autonomia didattica, nelle forme e nei contenuti. Libera docenza in libera accademia. E ovviamente abolizione del valore legale del titolo di studio: la riforma delle riforme.

Il secondo punto è eminentemente culturale: professori e personale docente e non docente hanno un solo obbligo: prendersi cura − attraverso il duro lavoro della didattica universitaria − delle persone che incontrano, in modo creativo, appassionato e realmente sfidante per la persona. 



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