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SCUOLA/ Senza cultura la parità non basta

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Il problema è che proprio questo primo passo non è del tutto convinto, e dunque non del tutto convincente. La Nota ripete molte volte (sei per l'esattezza) che la scuola cattolica svolge un compito «evangelizzatore». Viene con forza argomentato che la scuola cattolica è componente della «comunità ecclesiale», e che questa anzi è la sua prima nota distintiva. Si chiarisce che la proposta culturale della scuola cattolica «intende far sintesi tra fede e cultura e tra fede e vita». 

Quando crede di aver capito, il lettore apprende che però «la scuola cattolica non è propriamente parlando un'istituzione educativa confessionale», e che questo anzi è uno dei «pregiudizi» da superare. Motivo? «Essa si pone per suo statuto al servizio di tutti e accoglie tutti, con l'obiettivo primario di curare l'educazione della persona e promuoverne la crescita libera e umanamente completa», dunque non può escludere nessuno, in particolare chi pur non essendo cattolico accetta il suo progetto educativo. 

Non ci vuole molto sforzo per comprendere quale situazione cerchino di descrivere queste espressioni: da una parte la scuola cattolica propone il più possibile e il meglio possibile un orientamento cristiano; dall'altra parte spesso viene scelta non per questo, ma piuttosto per la qualità dell'insegnamento e della gestione, e anche per quei valori di convivenza che in ultima analisi sono (per un cristiano) radicati nel Vangelo e tuttavia sono (per tutti) interpretabili come dimensioni umane, per esempio di accoglienza e di attenzione alla persona. Dunque, anche una persona esplicitamente non credente, o di altra religione (un caso questo via via più frequente), può essere accolta in una scuola cattolica, così come tutti quei ragazzi che, dopo un'adesione infantile alla fede o alla vita cristiana, in maniera più o meno convinta la stanno abbandonando. Il confine tra i vari tipi di scelta è del resto molto sfumato in una nazione come l'Italia in cui il cristianesimo gode malgrado tutto di una grande stima pubblica. Nella parlata romanesca, l'aggettivo «cristiano» significa «ben fatto, presentabile, curato»: ecco, spesso le scuole cattoliche vengono scelte solo perché «cristiane».

Il problema è che tale equilibrio è difficile, tanto più che le sfumature sono sì preziose ma rendono anche possibili continui slittamenti. Insomma, la specificità cattolica rischia di essere proposta con una tale delicatezza, discrezione e rispetto dell'altro da diventare evanescente. Basta leggere a mo' di confronto il piano dell'offerta formativa di una scuola ebraica italiana per vedere come il fatto di poter contare su famiglie e studenti interamente convinti (almeno culturalmente: ma l'essenziale di una scuola è lì!) rende molto meno timidi nel presentare obiettivi chiari ed esigenti. 

Timori infondati? Coloro che sollecitano lo Stato italiano ad emanare norme che rendano effettiva la parità fanno benissimo a ricordare che ciò avviene anche nella laicissima Francia; bisognerebbe però anche dire che uno dei problemi là più dibattuti riguarda le scuole che, al dire di molti, di cattolico hanno ormai solo il nome: ed è esattamente questa situazione che spinge molti a volere scuole cattoliche completamente a pagamento (hors contrat), ma libere anche da ogni vincolo statale e da ogni tentazione di omologarsi alla cultura circostante. 



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