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SCUOLA/ Senza cultura la parità non basta

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Negli stessi giorni in cui la nota della Cei sottolineava il grande valore dell'accoglienza universale, una nota rivista cattolica francese dava voce ad una madre delusa e irritata: «La Scuola cattolica accoglie tutti, c'est très bien, ma i credenti sono un po' l'ultima ruota del carro. Talvolta si ha l'impressione che la preoccupazione principale sia di non mostrare il carattere cattolico della scuola: i pellegrinaggi ribattezzati "gite scolastiche", gli interventi di esperti che vengono a fare conferenze su temi sempre profani, i corsi dove si potrà "discutere" sull'aborto o l'eutanasia senza che sia mai menzionata l'antropologia cristiana». E se il sale perde il suo sapore… Certo, la situazione francese è molto diversa (in particolare in Italia mancano, e fortunatamente, quei due estremi di cattolicesimo secolarizzato e tradizionalista che invece sono frequenti in Francia). Ma prima di qualificare questi rischi come remoti bisogna essere cauti.

Insomma: sulla questione della specificità bisognerebbe riflettere un po' di più. Ciò che a nostro avviso è decisivo è porre chiaramente il problema culturale. Non vogliamo negare che anche la scuola, almeno in un certo senso, possa svolgere un ruolo «evangelizzatore»: ma la modalità specifica di una scuola è quella della cultura e di ciò che significa trasmetterla, elaborarla, condividerla. Se manca questo, manca l'essenziale. 

Questo per una scuola cattolica vale almeno da tre punti di vista. 

Uno è quello della specificità dei contenuti dell'insegnamento. Ciò ha evidentemente un peso più grande nel campo umanistico: la tradizione cristiana ha prodotto una quantità enorme di letteratura, di arte, di pensiero, che non solo talvolta sono emarginati nei normali programmi di insegnamento, ma che non ci sarebbe nulla di male a sovrarappresentare all'interno di una scuola cattolica. Ma anche nel campo scientifico (per esempio in sede di storia della scienza) molti puntini sulle i potrebbero essere messi (quelli che consentono di formulare ipotesi, per esempio, sul motivo per cui la «rivoluzione scientifica» è avvenuta in una civiltà cristiana). 

Un secondo punto di vista è quello dell'importanza della cultura in quanto tale. Non c'è bisogno di citare i monasteri benedettini per mostrare il ruolo cruciale che nella storia dell'Occidente (e anche dell'Oriente, peraltro) ha svolto il cristianesimo non soltanto nella preservazione, ma anche nell'elaborazione di una cultura nuova. La fede che ha ricordato che la salvezza non è assicurata «ai sapienti e agli intelligenti» è anche paradossalmente quella che di più ha curato il sapere, in uno scambio continuo con le culture ambienti. 

Un terzo punto di vista è quello che riguarda le modalità della trasmissione e creazione della cultura: anche qui, la tradizione cristiana ha sviluppato un tesoro pedagogico ricchissimo, se non altro perché poteva partire dall'idea di un essere umano libero, responsabile e con una vocazione straordinariamente alta, non quella di un essere bisognoso di terapie o di una macchina da programmare. 

Ovviamente si tratta di affermazioni che devono essere precisate e contestualizzate, ma che nella loro sostanza non possono essere confutate. Sono solo queste, tra l'altro, che consentono di non poggiare le rivendicazioni di parità su scivolose considerazioni liberali: la cultura cattolica merita di essere sostenuta perché (come tante altre, ovviamente) porta un contributo plausibilmente buono, non perché ognuno abbia il diritto di insegnare quello che gli pare e come gli pare. Discorso delicato, nel quale non possiamo entrare qui con più dettaglio.  



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