BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SCUOLA/ Senza cultura la parità non basta

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

Infophoto  Infophoto

Comunque: sorprende un poco che, tutte le volte in cui temi squisitamente culturali e pedagogici entrano nel dibattito pubblico, la voce delle scuole cattoliche e dell'esperienza pedagogica cattolica, che sarebbe così preziosa, sia invece tanto difficile da ascoltare o riconoscere. Qualche esempio a caso. La recente vicenda dei «disturbi specifici dell'apprendimento» ha sollevato questioni enormi sia culturali, sia pedagogiche, sia antropologiche. Dov'erano le scuole cattoliche e la loro esperienza? e dov'erano quando sono state emanate le Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell'infanzia e del primo ciclo di istruzione, in cui intere discipline sono state ridefinite e (a detta di qualcuno) stravolte? 

Tuttavia, non bisogna sempre accusare i giornalisti: le responsabilità dall'altra parte ci sono eccome. Il problema è che, se nella società civile il ruolo della cultura è sottostimato, nella Chiesa le cose non vanno molto meglio. La Nota della Cei con amarezza rileva più volte che uno dei problemi fondamentali è che alla Chiesa italiana della scuola cattolica non importa poi un granché. Ma il problema, ahinoi, non è solo con la scuola cattolica: il problema è con la scuola cattolica, con la scuola in generale e con la cultura in generale. Certo, la cultura è ritenuta una cosa utile per dialogare tra credenti e non credenti: ma questa idea pur giusta non è sufficiente. Antonio Rosmini sosteneva che la «carità intellettuale» è più importante di quella «temporale», perché la povertà di cultura è più grave di quella materiale: chi potrebbe ripetere oggi queste cose senza essere guardato con sospetto? Quanti oggi nella Chiesa si azzarderebbero a presentare la scuola come un luogo dove (banalmente) si studia e ci si prepara?

C'è invece un'altra sottolineatura sulla quale c'è da esprimere la più totale condivisione. Uno dei due punti capitali della Nota, abbiamo detto, è la richiesta di una reale situazione di parità economica. Senza di essa, si ripete, la vocazione della scuola cattolica ad essere luogo di promozione per i più poveri diventa impossibile. Giustissimo. L'unica annotazione che ci sentiamo di aggiungere è che probabilmente, se questa idea fosse stata espressa con più tempestività, tanti disastri sarebbero stati evitati. Più volte nella Nota si fa riferimento all'analogo testo del 1983 (La scuola cattolica, oggi, in Italia), a volte citato alla lettera. La lettura a trent'anni di distanza è istruttiva. Ciò che soprattutto colpisce è l'esiguità dello spazio allora dedicato al tema della parità economica: esso, dopo un fugace cenno all'inizio, viene velocemente ripreso con enunciazioni di principio riguardo al principio di sussidiarietà e poi solo qualche riga prima della conclusione, in maniera peraltro vaga («lo stesso trattamento sia garantito agli alunni che frequentano le scuole non di stato come a quelli che frequentano le scuole di stato»). 

Non bisogna meravigliarsi: certamente c'è stata un'evoluzione del dibattito in materia, certamente la crisi economica (insieme con un notevole disincentivo all'investimento nell'istruzione) ha fatto esplodere una crisi che trent'anni fa non esisteva: si poteva anzi allora registrare un «aumento di domanda verso il servizio della scuola cattolica». Ma il problema già c'era chiaramente. L'unica ipotesi possibile è che le voci che chiedevano le condizioni per poter svolgere azione di promozione culturale e umana tra i meno abbienti non avevano troppa eco. Non ci si può che rallegrare che le cose siano cambiate: troppo tardi, ma sono cambiate. Ma non è mai troppo tardi per creare la situazione in cui la scuola cattolica possa tornare a portare anche e soprattutto nelle periferie degradate cultura, scienza, poesia, pensiero, umanità.



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.