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UNIVERSITA'/ Perché il lavoro diventa il "vicolo cieco" di tanti giovani?

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Il talento è il carattere, la caratterizzazione della persona, del nostro io, è una qualità personale non generica, è come un timbro che noi abbiamo addosso e con cui affrontiamo tutto, è ciò attraverso cui identifichiamo noi stessi e non altri, un carattere con cui scriviamo le nostre parole, il carattere con cui Dio ha scritto la nostra natura. Con il talento si identifica sia chi lo ha, che l’opera, il lavoro che uno fa. Ecco nel nostro lavoro il punto è che ciascuno scopra il proprio talento, questo timbro. 

Poi c’è una seconda parola collegata alla parola talento che è la parola ideale. Oggi tutti parlano di talento ma nessuno parla di ideale, invece queste due parole sono interconnesse. Perché il talento non ci è dato per narcisismo, per vederci allo specchio e dirci quanto siamo bravi o sfigati. E’ essenziale la parola ideale. Io l’ho capito dalla parabola dei talenti del vangelo, che ha introdotto nella nostra cultura la questione dei talenti.

Il padrone, cioè Dio ha dato a ciascuno dei talenti, chi uno, chi due, chi cinque. Poi caccia il primo e accoglie gli altri due. Perché? Qual è il significato della parabola? Questa parabola riguarda tutti quelli che devono fare una scelta. La mia domanda iniziale era: perché non ha dato a tutti lo stesso talento? Non sarebbe democratico... In realtà è evidente, e la spiegazione sta nel fatto che non siamo tutti uguali. L’equivoco vero è che anche un talento è moltissimo perché, come dicevo prima, è tuo, ti è stato dato, qualunque esso sia, è il tuo carattere, ciò che mi è stato dato fra le mani.

Ma Il punto decisivo è che qualcuno ti chiederà conto di quello che ti è stato dato. Primo: Qualcuno me l’ha dato, mi ha donato questo carattere, questa forza di gravità. Secondo: qualcuno me ne chiede conto. Qui è la questione per affrontare il lavoro. Il punto quindi è investire il proprio talento. Il dramma di quello che è stato cacciato è che non aveva investito, non che aveva avuto poco. E’ qui che si capisce la parola ideale, come è connessa, perché non esiste solo riconoscere il talento che ti è stato dato, ma chiedersi per chi e per che cosa investi quello che ti è stato dato. Perché questo talento lo devi restituire. La parola ideale delinea questa dinamica.

Se non c’è questo orizzonte il talento diventa un ansia prestazionale, uno stress da performance, una logica solipsistica. Il lavoro diventa un meccanismo che ti domina, in cui la legge è qualcuno che spreme i tuoi talenti. Mentre l’ideale è scoprire sé e investirlo, scoprire un angolo e andarci dentro con qualcuno più grande di te.



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