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SCUOLA/ Docenti e pubblico impiego, tutte le ambiguità dello stop di Renzi

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Matteo Renzi (Infophoto)  Matteo Renzi (Infophoto)

Lo stralcio voluto da Renzi sui pubblici dipendenti ha, invece, rilanciato la vulgata della scuola, e di chi quotidianamente la realizza, come un popolo di fannulloni su cui invocare pene, licenziamenti improvvisi, mannaie garantiste e quant'altro, senza riconoscimento di credito, invece, per quel  lavoro silenzioso ed efficace di tanti, insegnanti e presidi, che vivono, con chiarezza di vocazione, il proprio "impiego". La stessa assenza di credito alla funzione tipicamente formativa del preside che ispira chi vorrebbe equiparata la dirigenza scolastica alla dirigenza pubblica, ponendo sullo stesso piano il ruolo di un preside con quello di un dirigente di un qualunque ufficio pubblico.

Lo spazio di tempo che, di fatto, si viene a creare tra l'occasione dello stralcio della norma voluto dal premier Renzi in questi giorni ed il dibattito parlamentare dei prossimi mesi sulla necessaria riforma della pubblica amministrazione può trasformarsi nell'occasione preziosa per rilanciare nelle aule del Parlamento e nel confronto sociale, invece, l'ideazione di nuovi profili professionali della docenza e della dirigenza scolastica che ne riconoscano fino in fondo e finalmente il carattere esplicitamente formativo: ruoli tecnici, culturali, scientifici specifici all'interno del variegato mondo del pubblico impiego, una curvatura di competenze caratteristica decisiva per un qualificato servizio pubblico di istruzione. Prevedendo, all'interno dei nuovi profili e contesti, forme adeguate di valorizzazione per chi è realmente dedito alla preparazione degli studenti e, certamente, di allontanamento di chi ne è oggettivamente incapace.

O a priori si ritiene ancora, indistintamente, che un docente non abbia vocazione per il suo lavoro, un preside il desiderio di favorire ambiti di reale formazione e socialità, ma vivano il proprio ruolo solo per mestiere?

Forse il nostro presidente del Consiglio non aveva in mente tutto questo. O forse sì. 

Lasciamo a questo inizio di anno nuovo, con le attese e le speranze che ancora una volta con esso si rinnovano, anche questa apertura di credito. La provvidenza, a volte, usa delle strade strane per "salvare" la storia.



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COMMENTI
01/01/2015 - Renzi e la “buona scuola” impantanata (1/2) (Vincenzo Pascuzzi)

[1] La “buona scuola” s’è impantanata. Non era cosa seria, ma trovata effimera. Il mondo della scuola l’ha criticata e respinta, Renzi s’è arreso, ha scelto di non rischiare oltre. Furbo, s’è preso un time out per cercare una via d’uscita. Così in dieci mesi il governo Renzi ha fatto quasi nulla per la scuola: solo parole, promesse, molto molto futuro. "L'Italia è rimessa moto ora la sfida è farla correre", Renzi pochi giorni fa. Ma perché correre e non un’andatura normale, più sicura e sostenibile? E dove vede il riavvio del Paese? E perché poi la contraddittoria frenata “sulla scuola non voglio essere veloce”? Poi il Jobs Act da applicare o no alla P.A. e alla scuola e che fa da cortina fumogena, per distrarre e confondere l’opinione pubblica. Si enfatizza la pagliuzza dell’1% e si nasconde il 99%. [2] Come Tiziana Pedrizzi, anche il preside Ezio Delfino è favorevole all’”ideazione di nuovi profili professionali della docenza ….” cioè falsi organigrammi per dribblare il vero problema dell’inadeguatezza delle retribuzioni di TUTTI i docenti e insieme rafforzare la posizione dei d.s. aspiranti “presidi-conti” (v. in rete). È dannoso accrescere la burocrazia a scapito della didattica. Il nucleo essenziale della scuola è la didattica ovvero il binomio docente-discente/i. La burocrazia è pure utile ma va posizionata non SOPRA ma a lato della didattica: se manca il docente non c’è scuola, se manca il preside o qualche ata, la didattica può ancora avere luogo.

 
01/01/2015 - Renzi e la “buona scuola” impantanata (2/2) (Vincenzo Pascuzzi)

[3] Il riferimento alla memoria della Fondazione TreeLLLe va riferito a tutto il contesto della memoria stessa. Leggiamo in premessa che “tutti i paesi avanzati hanno da tempo adottato modelli per valutare e premiare i singoli insegnanti ….”. Questo riferimento richiama il vizietto ricorrente e diffuso, di alcuni politici, tecnici e commentatori di questioni scolastiche, consistente nel prendere ad esempio da imitare (non si sa poi perché) un certo particolare aspetto, o una certa particolare caratteristica, dei sistemi scolastici altrui separandoli o isolandoli da tutto il resto e in particolare dalle risorse che “tutti i paesi avanzati” destinano all’istruzione. I politici, tecnici, commentatori sempre dimenticano che l’Italia investe in istruzione circa il 4,6% del Pil, mentre la media di “tutti i paesi avanzati” è intorno al 6%. L’Istat informa che “La graduatoria è guidata dalla Danimarca (7,9% di Pil), ma fanno meglio di noi anche tutti Paesi più vicini all’Italia, come Regno Unito (6,4%), Paesi Bassi (6,2%), Francia (6,1%), Portogallo (5,5%) e Germania (5,1%).” Riguardo alle resistenze alla valutazione – altro aspetto riportato della memoria 3L – va osservato che si tratta di contrarietà a valutazione coatta, non concordata, punitiva, e con sistemi non noti, ma presumibilmente collegati alla quizzeria tipo Invalsi.