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SCUOLA/ Davide, studente: Parigi, a chi giova definirci tutti terroristi?

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Prendete un foglio e scrivete. Dopo aver tanto visto, tanto letto e sentito. Prima di parlare ancora, di ascoltare ancora, di vedere ancora. Prima di vedere altro, e così dimenticare. Scrivete perché quello che succede quando abbiamo sedici, diciassette anni è diverso da tutto il resto, è visto, vissuto, sentito in un altro modo. Lascia un'impronta più profonda, e la lascia anche se non te ne curi, nel qual caso lavorerà sotto, nel buio cieco della pura reazione, e farà male. Scrivete perché qualcosa avete saputo e visto e, dunque, vissuto. Scrivete per approfondire un'impressione, uno sgomento, un'opinione. Scrivete perché così dovrete trarli dall'ombra dell'indistinto, guardarli, chiarirli a voi stessi, avviarli a diventare un giudizio. Scrivete perché siete ancora seri davanti alla vita, e quando non sembra è perché ve ne vergognate, come di un peccato infantile. A meno che non vi si interpelli. Allora viene fuori, che siete seri. Dunque, questa mattina, a lezione di italiano, prendete un foglio e per un'ora pensate e scrivete: voi, davanti alla tragedia di Parigi.

"Preferisco il silenzio"

Tutto il globo, di mano in mano, di nazione in nazione, si sta passando uno stendardo da portare con sentita indignazione. Uno stendardo muto, comodo, da far sventolare nella direzione più vantaggiosa o, nel migliore dei casi, nella direzione verso cui tutti quanti stanno volgendo il loro sdegno.

Seguire la massa, cogliere blande informazioni, un po' qua un po' là, annuire ad ogni voce che si alza più delle altre. Non voglio far parte di questo. Troppi hanno già parlato a sproposito, inneggiando a una libertà di pensiero che fino al giorno prima avrebbero detestato, facendosi paladini della battaglia di Charlie che in questo momento già deride molti dei suoi ipocriti sostenitori.

Preferisco il silenzio. Preferisco osservare chi usa questi fatti per scagliarsi contro la comunità musulmana senza un minimo di buon senso, e chi con altrettanta foga contrattacca. Osservo con attenzione per ricordare ogni parola ed ogni gesto di chi parla dell'attentato, soffrendo per come il genere umano riesce a confermare tutte le mie pessimistiche opinioni sulla nostra moralità.

Preferisco il silenzio perché ritengo sia l'atteggiamento più adatto di fronte al lutto; non lo faccio per mancanza di opinioni in merito, ma per evitare di strumentalizzare, di esagerare, di lavorare troppo di interpretazione.

Ho assistito a una sola reazione che ha ricevuto il mio pieno apprezzamento e la mia totale comprensione, quella di mio fratello appena undicenne: è scoppiato a piangere, in preda all'incredulità e alla rabbia, una rabbia che il suo animo non sapeva verso che cosa indirizzare e che è crollata su se stessa con devastante intensità.  

Penso che il fatto più sconvolgente sia che questa non è stata la reazione di ognuno di noi.

Anna Rusconi, 17 anni
 



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