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SCUOLA/ Insegnare storia ai tempi dell'Isis e di Boko Haram

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Religione? Ideologia? Follia? La data dell'11 settembre 2001 è un punto di non ritorno, segna una svolta storica, come si suole dire. L'America fu attaccata sul suo stesso terreno e la rivendicazione farneticante di Osama Bin Laden, capo della rete terroristica Al-Qaida, che faceva della nazione stelle e strisce il capro espiatorio di ogni attività di mantenimento dell'ordine mondiale, dalla Palestina alla Cecenia, dal Kashmir all'Iraq, non lasciava spazio ai dubbi: in nome dell'islam era legittimo colpire degli innocenti per punire le colpe dell'occidente. 

Che di colpe ne ha e ne ha avute tante, compreso il peggiore colonialismo, ma che non può essere criminalizzato per la sua democrazia, per le società multietniche, per le sue radici giudaiche e cristiane, per avere cullato il "sogno americano". Tutti vantaggi, beninteso, che se non sono alimentati dalla responsabilità dei singoli di aderire ad una visione positiva dell'esistenza possono trasformarsi in limiti. E comunque l'abbattimento suicida e omicida delle torri gemelle segnava l'inizio di una fase storica in cui le dinamiche anticoloniali e i risentimenti dei "dannati della terra" c'entravano fino ad un certo punto. Non sempre i libri di testo questo lo hanno capito. Al-Qaida e le sigle connesse lanciavano la jihad, la guerra santa, intesa non tanto come combattimento interiore, quanto come guerra musulmana in nome di Dio per difendere l'islam. Quindi una guerra potenzialmente globale. Una posizione malignamente ambigua, perché tirava in ballo l'appartenenza ad una religione e la piegava al compito della distruzione del nemico. Da qui in tanti cominciarono a pensare, in occidente, che si dovesse procedere ad una separazione ancora più netta, nelle società sviluppate, tra la fede e le sue espressioni storiche, sociali e politiche. L'America reagì al colpo ricevuto con la guerra, e fu così che George W. Bush attaccò prima l'Afghanistan dei talebani, ritenuti responsabili di avere fornito appoggio logistico a Bin Laden e poi, nel 2003, invase l'Iraq (guerra preventiva), accusando il governo di Saddam Hussein di possedere armi di distruzione di massa, mai trovate. Inascoltato, e non a caso, fu l'appello di Giovanni Paolo II, rivolto al presidente statunitense, di non avventurarsi in una guerra dalle conseguenze imprevedibili. 

Tra il 2003 e il 2011, anno che segna la fine della guerra in Iraq, questo paese è stato dilaniato non solo dagli attentati suicidi contro le truppe americane e anche italiane, a Nassiriya, ma anche da una interminabile guerra civile tra islamici sunniti e sciiti. 

Il terrorismo fondamentalista islamico sbarcò in Europa, ricordiamo, con gli attentati alle stazioni di Madrid nel 2004 e alla metropolitana di Londra nel 2005. 

E non era finita. Il radicalismo islamico, perduto l'Afghanistan, cercava un altro stato o altro territorio al quale potersi appoggiare. Ed ecco che conquistano progressivamente spazio sulla cronaca dei giornali, in questi ultimi anni, fino agli ultimi giorni, notizie drammatiche che provengono dalla Nigeria dove l'organizzazione terroristica jihadista Boko Haram (letteralmente "L'educazione occidentale è peccato") semina morte e distruzione tra la stessa popolazione musulmana. 



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