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SCUOLA/ Viaggio nel dopo-'68: ecco dove nasce il contro-potere che la governa

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In piazza per la scuola negli anni 70 (Immagine dal web)  In piazza per la scuola negli anni 70 (Immagine dal web)

Subito vidi che le persone che potremmo definire di buona volontà apprezzavano il lavoro, semplice e di poche paginette scritte in grande. Invece i capifazione tacevano e poi si volgevano altrove, al fatterello per loro importante. E i genitori? Erano divisi tra le due fazioni fondamentali di allora, quella cattolica e quella "sindacale".

Cosa pensava della scuola la massa dei genitori? Cosa desiderava, cosa accettava, cosa temeva?Domande che nessuno si faceva per il solito vizio del frazionismo ideologico: chi sta con me è bravo, chi sta contro è retrogrado, succube, condizionato.

Quando divenni preside continuai a pormi queste domande e costituii immediatamente il "comitato genitori", organo consultivo non obbligatorio formato da tutti i rappresentanti di classe elettivi. Che platea interessante, che varietà, che confusione! Promuovevo io stesso le riunioni, impedendo così il minuetto della lotta destra-sinistra per la nomina del presidente, per l'ordine del giorno, per i comunicati, eccetera.

E così si parlava. Quasi tutti coloro che interpellavo, colleghi e non, mi dicevano di stare attento, che i genitori erano ingestibili, che avrebbero creato problemi agli insegnanti, che sarebbero venuti avanti solo i rompiscatole. Ed in effetti faticai ad impedire che le riunioni fossero riti di lamentela e denuncia contro insegnanti incapaci o assenteisti o supplenti. Ma — dicevo continuamente — non siamo qui per questo, ma per trovare il modo di costruire il secondo binario della scuola, che assieme all'altro (gli insegnanti) consente al treno degli alunni di avanzare. Finché si decise di polarizzare l'attenzione su due elementi, un questionario annuale dato a tutti i genitori ed elaborato dal comitato, e tre conferenze annuali su temi decisi dal comitato genitori. La sintesi avvenne. Avevo rifiutato a priori qualunque cosa che fosse divisiva. Non volevo vincere col 51 per cento. Ed anche i genitori eletti che si lamentavano di non sapere cosa pensavano gli altri furono costretti a confrontarsi coi risultati del questionario annuale e con le tre conferenze annuali.

Ebbene, era affiorato il comune sentire dei genitori. Mi mancava quello degli insegnanti e degli alunni.

L'idea per gli alunni mi venne durante una riunione dei genitori in cui una madre (di professione insegnante) in modo saccente e petulante criticò il metodo dell'insegnante di inglese di suo figlio. Ad un certo punto le chiesi: — suo figlio viene a scuola volentieri? 

 La mamma si fermò e poi, dopo una breve pausa, rispose: — sa che non lo so? non mi sono mai posta questa domanda.

Quella domanda divenne il perno del nuovo questionario annuale degli alunni, somministrato nelle classi ed elaborato dai genitori.



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