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SCUOLA/ Ecco i nemici dell'apprendistato (e dei giovani)

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Sì. In azienda c'è una figura di istruttore, un Meister (maestro, ndr) che ha capacità e titoli per formare i giovani.

Perché non riusciamo a dare all'alternanza scuola-lavoro una portata realmente formativa?
La spiegazione che si dà sempre è quella della nostra tradizione educativa, di stampo idealistico. E' una diagnosi che condivido. Croce e Gentile hanno avuto tanti meriti, ma anche il demerito di aver privilegiato le materie umanistiche, l'astrazione e la teoria a discapito della scienza, della tecnica e della manualità. E' la stessa cultura di fondo che ha spinto le nostre scuole tecniche a "licealizzare" i corsi di studio. Con effetti nefasti, perché perfino queste scuole hanno snaturato i loro programmi e hanno perso i rapporti con le imprese o li hanno molto scarsi.

La nostra tradizione culturale è l'unico elemento penalizzante?
No, ce n'è un'altra altrettanto importante. In Italia abbiamo avuto una forte dialettica sociale e politica che ha contrapposto il mondo del lavoro e quello dell'impresa, visto troppo spesso non come il mondo degli imprenditori, ma come quello dei "padroni", di chi fondamentalmente sfruttava gli operai.

Non crede che ancora oggi ci sia una cultura sindacale rimasta ferma a quella contrapposizione?
No, non credo: la lotta di classe è per fortuna storia passata. Anzi, per quanto riguarda l'education anche la sinistra, non quella estrema ma quella riformista, ha ormai rotto la storica barriera tra scuola e lavoro. Nella Buona Scuola che il governo ha in mente si prevede un 20 per cento del tempo da passare in azienda per gli ultimi anni degli istituti tecnici e professionali.

Non sono poche 200 ore?
Sono poche ma è un inizio: finora eravamo a zero. Applaudiamo l'avvio di un processo finora impensabile. 

Dal vostro rapporto emerge che la separazione tra mondo dell'istruzione superiore e mondo dell'impresa non è senza conseguenze per i mali di cui soffre il nostro sistema universitario.
Assolutamente sì: l'università italiana, fino ad alcuni anni fa, è sempre stata un'agenzia formativa prevalentemente accademica. Fino a pochi anni fa, dopo la scuola gli studenti italiani avevano solo l'alternativa tra andare subito a lavorare o impegnarsi per 4 o 5 anni in una università accademica. Anche per questo l'Italia ha metà laureati rispetto ai paesi più avanzati. In questi paesi invece, e segnatamente in Germania, c'è sempre stata una ricca offerta di istruzione superiore professionalizzante e terminale (2 o 3 anni) da cui escono giovani quadri che trovano presto impiego e sono utilissimi alle imprese di tutte la dimensioni.

Ora in Italia ci sono gli Its.
Alla buon'ora. Sono il risultato del grande lavoro fatto da Gianfelice Rocca quando era vicepresidente di Confindustria. Rocca è riuscito a convincere il governo a sperimentare questa novità. Solo che sono pochi, sono piccoli (per ora solo 7000 giovani), una briciola a cui bisognerebbe dare una forte consistenza di risorse, di continuità e di flessibilità.

Se spendessimo di più nella scuola le cose andrebbero meglio? 



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