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SCUOLA/ Per valutarla, l'Invalsi da solo non basta

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In ogni caso è da considerare che qualsiasi meccanismo competitivo, all'interno del sistema scolastico, va comunque adeguatamente costruito: si tratta di supportare l'eventuale mobilità degli utenti (anche a livello di università, ciò richiede ad esempio politiche a sostegno degli studenti fuori sede, specie se provenienti da famiglie meno abbienti); di rendere disponibili, e comparabili, le informazioni sulla qualità delle diverse scuole (in primis garantendo che i risultati degli esami di stato siano comparabili tra le diverse scuole). Se non si fa attenzione a questo, il rischio è che la competizione venga distorta, per cui ad essere scelta non è la scuola migliore ma quella che più facilmente garantisce l'ottenimento d'un certo diploma oppure quella che furbescamente riesce a farsi una pubblicità ingannevole.

In che modo, allora, la scelta delle famiglie potrebbe aiutare lo sviluppo del sistema di valutazione?
Così come i controlli e i meccanismi di standardizzazione possono favorire le comparazioni e l'emulazione competitiva, i giudizi espressi dalle famiglie e dagli utenti possono contribuire a incorporare quella soft information sull'andamento di una scuola che altri indicatori di performance, per quanto standardizzati, potrebbero non fornire; essi andrebbero perciò opportunamente inglobati  negli indicatori che chi ha poteri di controllo ed ispettivi, ma anche chi opera nella singola scuola, dovrebbe usare per capire se le cose vanno bene o vanno male.

Questo sistema di valutazione potrà raggiungere risultati oggettivi, comparabili realmente tra scuola e scuola, facendo emergere il valore aggiunto nel percorso scolastico di ogni studente rispetto al suo ingresso nella scuola, tenuto conto del fatto che ogni singolo studente è una persona (e non una macchina) e che quindi è caratterizzato da tempi di crescita, stili di apprendimento, condizioni storiche, familiari e sociali del tutto personali?
Prima ho sottolineato come nel valutare una scuola bisogna tenere conto di diversi aspetti e combinare vari indicatori. Combinarli rende meno unilaterali le valutazioni ed impedisce l'insorgere di quelle derive al teaching to the test — o comunque d'una eccessiva focalizzazione su singoli aspetti della performance — altrimenti distorsive.  Questa è la prima garanzia della non burocraticità della valutazione, del suo rispetto dell'unicità della persona e dello sforzo, che necessariamente deve essere individualizzato, allo sviluppo delle potenzialità del singolo studente.

E poi?
Naturalmente ci sono vari elementi tecnici e politici nella costruzione delle singole misure e dei diversi indicatori che devono essere tenuti a mente a tali fini. Si deve complementare l'attenzione agli apprendimenti "disciplinari" — comunque da arricchire rispetto ad oggi, considerando ad esempio anche le competenze scientifiche, a rischio altrimenti di essere trascurate nella vita quotidiana delle scuole — con l'attenzione allo sviluppo dello spirito civico dei futuri cittadini (non penso, si badi bene, a misurare le conoscenze di educazione civica, bensì a misurare l'effettivo civismo, o l'assenza dello stesso, nei comportamenti quotidiani all'interno delle scuole). 



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COMMENTI
30/01/2015 - -"Te piace ‘o Presebbio?" -"A me non me piace!" (Vincenzo Pascuzzi)

Mancano 100 giorni ai primi di maggio e siamo già in atmosfera di Invalsi: ormai costituisce una ricorrenza annuale, quasi un Natale laico, anche se festa certo non è! E c’è chi comincia a ri-scartare le statuine del suo .... Presepe del merito, della valutazione, dei quiz Invalsi, convinto che piaccia a tutti. Ma non a tutti piace questa ricorrenza, questa rappresentazione. Non tutti credono nel dogma laico dell’Invalsi che “misura le competenze in modo oggettivo”. Dogma rispolverato, in questi giorni, da un articolo di Roger Abravanel, “una delle più autorevoli voci nel dibattito sulla meritocrazia” perché “Sul tema ha scritto tre libri, il quarto è in arrivo .... “. Abravanel e altri ripropongono le tesi di sempre, sorvolando sulle motivate e radicali critiche alla valutazione a mezzo quiz o test. Anche Paolo Sestito nell’intervista ammette i limiti dell’Invalsi, ma poi si dilunga in considerazioni che non intaccano l’operato, l’ispirazione e la filosofia dell’Invalsi stesso. Niente di preciso sui costi e l’utilità pratica dei quiz. Mentre Renata Puleo (ex d.s. e attivista NoInvalsi) giorni fa riportava una testimonianza significativa: “ .... le sperimentazioni condotte dall’INVALSI sono totalmente autoreferenziali. Servono a confermate ipotesi che sono tesi, come quella sulla validità dei test standardizzati, misura dell’efficacia del rapporto insegnamento-apprendimento”. Di sicuro a questi interventi ne seguiranno altri pro o contro.

 
28/01/2015 - La legge, questa sconosciuta (enrico maranzana)

Il problema è mal posto. L’autonomia delle istituzioni scolastiche “si sostanzia di progettazione”: ogni scuola ha una propria identità, ogni scuola “elabora e adotta gli indirizzi generali” e li esprime sotto forma di competenze generali. La valutazione dell’efficacia del servizio deve aver a fondamento i traguardi formativi e educativi che i POF dovrebbero enunciare. I vincoli normativi sono bypassati: “porre l’attenzione sullo sviluppo di lungo termine delle conoscenze e delle competenze – quindi sulle potenzialità degli alunni .. ragionare sul valore aggiunto” stride con la finalità del sistema educativo: lo “sviluppo di capacità e competenze, generali e specifiche, ATTRAVERSO conoscenze e abilità”. In rete "Meritocrazia e scuola: una superficialità incredibile!" proietta sulla scena un'insolita luce.