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SCUOLA/ Piccolo "viaggio" nel dopo-'68: le macerie della guerra civile

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Tornando alla storia. Cominciava allora a diffondersi la febbre tempopienista che pian piano divenne l'arma più potente della lotta dei sessantottini (di cui ero stato un non trascurabile esponente a Milano) per prendere il potere nella scuola. Univa sia l'utopia pedagogica ultraegualitaria e redentrice, sia le istanze sindacali che spingevano con forza alle spalle delle seducenti sirene tempopieniste. 

Nel giro di una decina di anni si consumò il rovesciamento della vecchia cupola che fino ad allora aveva governato il sistema (un apparato egemonizzato dalla sinistra Dc, di cui restano anche oggi, mimetizzati qua e là, diversi esponenti) e tacitamente il curricolo dello studente italiano diventò il più lungo del mondo. Ma alla presa del potere da parte della sinistra post-sessantottarda non ha corrisposto alcun miglioramento. Anzi.

Il governo della tolleranza sognante e del sindacalismo, cioè il non-governo, ha prodotto gradualmente il caos. Pian piano le istanze sindacali, la pensione, il precariato, il trasferimento, la graduatoria nazionale, la moltitudine dei bisogni del personale hanno preso il sopravvento sulla vita della scuola. Sì, ci sono ancora i serafici qualitativi, che gettano sulla scena i loro progetti radiosi, quelli che io chiamavo "petali sul letamaio". Ma la stagnazione e la recessione sono evidenti.

Gradualmente mi resi conto che in realtà mancavano gli strumenti reali per operare in modo mirato sugli alunni. Misi a punto la mia tesi attuale secondo cui ci vuole, ed è in parte (al 20%) già possibile, in tutte le scuole, un giusto mix di lavoro a classe intera (a pioggia) e di lavoro mirato che tenga conto delle caratteristiche individuali.

Non volendo schierarmi con il personalismo totale, ancora una volta fuga e sogno non realistico, ho definito le modalità concrete di frazionamento del curricolo scolastico secondo le mie ormai note quantità (suscettibili di leggeri ritocchi): 15 + 3 + 3 + x. Quindici ore settimanali nazionali, tre di istituto, tre opzionali del singolo alunno, x libere e non obbligatorie per ogni alunno.

Tutto questo senza ridurre il tempo docenza, che però verrebbe frazionato e dislocato nei vari segmenti con enormi vantaggi nel miglioramento della relazione alunno-docente ed una fortissima ricaduta anche sul lavoro a classe intera.

Di fatto la situazione della scuola di stato è ormai drammatica. Un solo dato riassuntivo e traumatico segnalato anche dalla grande stampa: più di metà delle classi sono ingovernabili (ed ingovernate) già dalla prima elementare.

In questo contesto è chiaro che le scuole non statali fruiscono del desiderio sia dei genitori che dei giovani di sfuggire alla morsa del caos, della polemica, della monotonia e dello sperimentalismo futile e fugace. 



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