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SCUOLA/ Piccolo "viaggio" nel dopo-'68: le macerie della guerra civile

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Ho fatto il preside di scuola statale per 25 anni. Quando cominciai ero ateo e politicamente extraparlamentare ma non ero antireligioso, traducevo Dio con Popolo ed inglobavo in questa prospettiva tutti gli insegnamenti, anche quelli religiosi. Al mattino entravo a scuola pronto a fare quello che "andava fatto" e dire "quello che andava detto" con un misto di umiltà e di determinazione, senza servilismo e compiacenza ma nemmeno ostilità con nessuno. Non cercavo amici o adulatori o complici. Non amavo la guerra civile permanente e come preside mi dicevo e dicevo che occorreva creare un clima sereno ed allo stesso tempo culturalmente vivo e dinamico. 

La realtà di allora, dai collegi docenti ai corridoi, alle aule, agli uffici, era quella di docenti spaccati da furiose liti politico-professionali, bidelli ingestibili con punte di vera e propria criminalità, impiegati spesso ignorantissimi, ed in ogni segmento una quota crescente di soggetti incompatibili perfino col nome stesso di scuola. Anche i genitori erano divisi tra la componente di sinistra e quella cattolica che si fronteggiavano costantemente. Ognuno poi sfoderava gli artigli e tendeva a dare il peggio di sé, salvo le eccezioni che il cielo ci regala ovunque. I colleghi presidi mi apparivano o schierati, più o meno faziosamente, con una delle componenti in battaglia, o serafici rinunciatari (li chiamavo galleggianti) e venditori all'esterno di visioni e di immagini oleografiche irreali. 

La "sinistra" scolastica in fase espansiva e galoppante non voleva guardare la condizione reale dell'alunno di cui pure si dichiarava alleata naturale. Sosteneva, e qualcuno ne era anche sinceramente convinto, che automaticamente il suo approccio "antiautoritario" — così si diceva allora — avrebbe risolto tutti i problemi. Io, che non ero "ultimista", cioè soggiogato dalla mistica degli "ultimi", bensì sostenitore delle necessità di gestire una colonna in marcia, cercavo di censire le diverse problematiche degli alunni e di trovare strumenti. Quando pubblicai il primo giornaletto di istituto con i dati sugli alunni problematici (uno su quattro) tutti mi guardarono increduli. La cosa che mi colpì era che sia gli esponenti di destra sia quelli di sinistra sentivano con fastidio le mie osservazioni quantitative sul disagio e l'insuccesso scolastico. La "destra" annuiva ma riteneva che non fosse il caso di drammatizzare. La sinistra, che  usava drammatizzare le situazioni, allora aveva come obiettivo la lotta all'autoritarismo per  la creazione del cittadino "critico" e quindi era posizionata contro "l'autoritarismo" del docente tradizionale, contro la selezione, la disciplina e la bocciatura. Era sostanzialmente per una valutazione indipendente dal livello reale dell'alunno, in realtà una non valutazione. Una descrizione molto generica senza conseguenze organizzative, né di fine anno né di corso d'anno. Solo "più tolleranza".



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