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SCUOLA/ Inglese sì vs inglese no, breve storia di un problema "imbarazzante"

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Fine della contesa guelfi/ghibellini pro/contro English? La decisione del Politecnico del 2012 aveva scoperchiato il vaso di Pandora, e i venti ne sono usciti a suo tempo. Rimane invece pertinente e sommamente interessante la question della "perdita di terreno" da parte della lingua italiana a favore dell'inglese, e la necessità di una distaccata valutazione del problema.  

La "morte" di una lingua è preceduta da una fase di "rischio di estinzione" della stessa; una lingua si definisce a rischio di estinzione quando non è più parlata nell'ambito familiare, o almeno è vulnerabile se essa è parlata dalle nuove generazioni solo nell'ambito familiare. 

Dove una lingua è parlata da tutte le generazioni e la "trasmissione intergenerazionale è ininterrotta", la lingua non è a rischio di estinzione.

La question dell'inglese sì/inglese no al Politecnico (ma il Politecnico di Milano è il luogo simbolico di questa diatriba) è un problema di supremazia culturale, un termine che, in un mondo che è globalizzato e multiculturale, ma che è anche un mondo post tragedie del XX secolo e quelle recenti del XXI, quali i recenti e sanguinosi esempi di clash of cultures, risulta semplicemente inquietante.



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COMMENTI
03/02/2015 - Un intervento preciso e circostanziato (Franco Labella)

Raccolto il perentorio invito di Silvia Ballabio a cui raccomenderei, peraltro, di esserlo di meno (perentoria) quando maneggia concetti di natura giuridica (l'anacronismo delle norme vigenti è un ossimoro, non so come si esprime il concetto in inglese ma in italiano così è). Segnalo, perciò, sul tema oggetto del dibattito un intervento di Benedetto Vertecchi. Lo trovate qui: https://minimaeducationis.wordpress.com/author/benever/ E' aggiornato all'ultima proposta in ordine di tempo sulla "Buona scuola" (e le virgolette non sono dal sen fuggite...): il CLIL alle elementari. Buona lettura.

RISPOSTA:

Sull'oymoron mi perdonerà la "licenza poetica" di una letterata. Accolgo il Suo suggerimento proponendoLe anch'io un commento dell'Assessore Aprea che affronta la stessa question da altro punto di vista a http://www.tecnicadellascuola.it/item/9079-proposta-velleitaria-aprea-contro-il-clil-alle-elementari.html Decisamente più ...pragmatico. SB

 
02/02/2015 - La follia dell'inglese obbligatorio (Emilio Matricciani)

Sulla follia, sui danni didattici e culturali dell'inglese obbligatorio all'Università per l'intera Italia, abbiamo letto molto negli ultimi 3 anni, basta guardare la stampa e il livello notevole degli interventi contrari. E non desidero qui ripetere quegli argomenti. Ha fatto bene il Consiglio di Stato a inviare tutta la questione alla Corte Costituzionale. Speriamo che i giudici costituzionali difendano il diritto di parlare, insegnare e imparare in italiano (la nostra madre lingua) in Italia nelle scuole e università pubbliche, pagate da tutti gli italiani, perché è un servizio rivolto loro non al rettore, o ai docenti, o persino agli allievi, di questa o quella università.

RISPOSTA:

Welcome to the debate. Più proficuo se riferito a interventi precisi e circostanziati. Possibly. SB

 
01/02/2015 - Domande II (Giuliana Zanello)

Naturalmente qui si ragiona per ipotesi, suggestioni e proiezioni: tutto cambia, infatti, a seconda che certe scelte vengano compiute solo da alcuni atenei o da tutti. Tuttavia viene in mente che uno dei fattori che alimentarono a suo tempo l'irredentismo fu il fatto che, passata Padova al Regno d'Italia, i sudditi asburgici del Trentino non avevano più un'università in cui studiare in italiano. Tempi lontanissimi, certo. In tempi più recenti, invece (ancora negli anni anni ottanta l'argomento venne proposto al tema di concorso per l'insegnamento alle medie), si discuteva dello svantaggio - o del sopruso - patito nella scuola italiana dai bambini dialettofoni. Alla prima generazione di studenti che non presentano più questo problema, ecco che sono dialettofoni di nuovo, per decreto, e di nuovo dovrebbero imparare le basi di materie già in lingua madre difficili in una lingua straniera. Insomma, siamo di nuovo tutti dialettofoni. Credo che l'estinzione di una lingua cominci quando i parlanti avvertono come una iattura l'averla come lingua madre. Ho l'impressione che sia quello che sta succedendo agli Italiani.

 
01/02/2015 - Domande (Giuliana Zanello)

Tanto per cominciare, questo giornale, che già ha il merito di affronatre frequentemente la questione, potrebbe fare opera meritoria fornendoci qualche informazione in più. Ad esempio: in quali altri paesi succede che la lingua madre della maggioranza dei cittadini sia esclusa (perché naturalmente il problema è l'esclusione, non l'aggiunta di un'offerta in altra lingua) dai livelli superiori dell'istruzione? Succede solo in Italia o anche altrove? Ad esempio, che cosa fa la Germania, altro grande paese europeo la cui lingua non ha grande circolazione internazionale? Sappiamo che la Francia, senza obbligo di corsi in inglese, ha molti più studenti stranieri di noi ma, certo, ciò dipende dall'estensione nel mondo dell'area francofona; come interpretare allora il dato della Spagna, che ne ha quanti l'Italia benché lo spagnolo abbia una diffusione enorme? Un secondo interrogativo riguarda la qualità dei corsi in inglese. Sarebbe opportuno saperne di più. Qualcosa si sa del CLIL per le superiori, ad esempio: si sa che nei convegni internazionali dedicati agli insegnanti questa metodologia viene sempre presentata come implicante una semplificazione dei contenuti. Su tutto ciò sabbe utile essere meglio informati. Poi ci sono gli aspetti 'inquietanti' di cui parla Sivia Ballabio.

RISPOSTA:

Non so a quali convegni internazionali per docenti che parlino di una semplificazione dei contenuti e di una riduzione delle abilità cognitive abbia in mente. Fra gli interventi in merito suggerisco quello del Dott. Meyer del Graz group presentato al Thinkclil del 2014 di Ca'Foscari, capace di sollevare criticità e prospettive. Sulla logica top down di certe decisioni volte a trasformare tutti, sia docenti che studenti, in Clil-ofoni in un unico anno, e sulle "difficoltà" di tale operazione, non posso che rinnovare quanto già detto in passato. Sull'inglese si sentono molti proclami, nel Bel Paese, e non tutti quelli che diventano legge meriterebbero, a mio parere, tale destino. SB

 
31/01/2015 - commento (francesco taddei)

tutto ciò deriva da due fattori: sudditanza psicologica e mancanza di voglia di fare progetti per l'italia, per cui gli studenti sono preparati per essere "esportati" piuttosto che preparati per sviluppare progetti italiani. che mancano perché le università, salvo rare eccezioni, sono slegate dagli attori economici che finanziano la ricerca. ciò che più mi rattrista è l'indisponenza dei professori e dei giornalisti ad accettare supinamente questo declino. sintomo di una mancanza di senso di appartenenza ad un popolo e a una nazione. cattolici compresi.

RISPOSTA:

Per poter sviluppare progetti italiani, complice la crisi che ancora morde di certo, ma in prima battuta una globalizzazione che sa farsi anche localizzazione, adattando il proprio brand ai diversi mercati, temo che "esportarsi" sia inevitabile. Ma la vera questione sta nella qualità dell'insegnamento ad ogni livello, compreso quello accademico, e il solo utilizzo della lingua inglese anzichè quella italiana non costituisce fattore sufficiente per una proficua esportazione nemmeno di una scatola di spaghetti. SB