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SCUOLA/ In Italia i compiti a casa occupano "troppe" ore? Meno male...

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Mi pare difficile, quando la variabilità è così alta, che si possa incolpare dei risultati medi bassi uno solo dei processi, selezionandolo dall'insieme: a meno di scoprire che al Nord non si assegnano compiti e al Sud invece si assegnano, e che questo è la causa diretta del livello inferiore delle competenze di lettura e matematica. 

Gli elementi di processo delle rilevazioni Ocse-Pisa non hanno un'incidenza così deterministica, soprattutto presi singolarmente. Per anni si è cercato di dimostrare quale indicatore fosse responsabile del buono o del cattivo andamento di un sistema scolastico: in Germania si è discusso sulla canalizzazione precoce, altrove sulle bocciature, con ciò isolando un elemento che probabilmente funziona o non funziona all'interno di un sistema complesso di altri fattori. La presenza di un certo elemento in tutti i paesi che "vanno bene" non dimostra che esso sia la causa dei risultati. Mi pare che sia fin troppo facile prendersela nuovamente con la lezione frontale e la didattica tradizionale (in questo caso simbolicamente rappresentati dai compiti), soprattutto se non si indaga su che cosa produce disomogeneità, cioè scuole di livello tanto basso da trascinare verso il basso tutta la nazione. 

Applichiamo piuttosto all'intero sistema quello che il Snv appena entrato in vigore chiede alle singole scuole: mettere sotto osservazione tutto l'insieme di una scuola (nel nostro caso di un sistema), senza limitarsi ad alcuni risultati misurabili, che certamente sono fondamentali valori di riferimento da usare come parametro, ma che non esauriscono il vissuto positivo di una realtà scolastica e delle sue finalità complessive. Mi chiedo per esempio se esiste qualcuno che faccia una ricerca sul perché molti nostri studenti all'estero "danno i punti" ai loro colleghi (sono le nostre eccellenze: che cosa le produce?): c'è qualcuno interessato a dire in termini di seria ricerca che cosa fa grandi certe nostre università? Quali indicatori di qualità abbiamo in Italia che altri non hanno, che magari si trovano proprio nella capacità di studio dei nostri studenti? O dobbiamo sempre darci per forza la zappa sui piedi e sentirci i peggiori del mondo? Oppure non abbiamo l'onestà intellettuale di ammettere che scuole autonome (come certe scuole paritarie) sono un modello virtuoso?

Quindi non prendiamocela con l'indicatore di moda, che porterebbe qualità da sé solo: la realtà (grazie a Dio) è più complessa e deve essere maneggiata con cura. Teniamoci i nostri compiti a casa, anzi controlliamoli spesso per vedere che portino il frutto che devono portare: consolidamento, approfondimento, personalizzazione; per evitare che siano adempimenti necessari e routinari, ma inutili. Valorizziamo i nostri giovani che per quanto sgangherati hanno ancora il senso della storia (diversamente da altri studenti di altri paesi); i nostri se non altro a volte riescono a capire che c'è differenza fra sudare sui libri per capire la logica di un testo, le sfumature di un problema e la profondità di una questione, e applicare una qualunque procedura standard. 



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COMMENTI
04/01/2015 - Ogni cosa ha senso se ha senso. (Sergio Palazzi)

Mi trovo nelle conclusioni di Daniela, con un paio di postille. Innanzitutto, i nostri studenti che all'estero danno la biada agli altri non sono la media, ma una qualche forma di eccellenza: per preparazione, o anche solo per capacità di essere disposti a spostarsi fuori dalla cuccia e mettersi in gioco. Io vedo studenti mediamente di buon livello, ma anche tra loro questi migranti che ci fan fare bella figura sono eccezioni. Sui compiti, la cosa importante è che gli si sappia dare un senso: se il "compito" si riduce a fare tutti gli esercizi da pag. x a pag. y del libro, o fare un riassuntino di un libro noioso, e l'unica discriminante del lavoro fatto sarà (forse) uno sbrigativo controllo del quaderno sbirciando il risultato, non meraviglia la scarsa voglia di perderci del tempo. E che i più assidui siano i lecchini e/o i copiatori, non i più "creativi" o per meglio dire i più critici. Riprendendo un titolo da Brian Coppola, uno dei più grandi didatti della chimica, "do real work, not homework!", nel senso di confrontati con dei compiti che aprano le tue vedute, ti incuriosiscano al problema, alla necessità di vedere qualcosa che NON è scritto nel libro di testo. Nel chiedere aiuto ai compagni non per copiare i risultati, ma per confrontarti sulle criticità. La cosa è più semplice (ma non per questo più praticata) con le materie scientifiche che con quelle letterarie. Ma è il docente che fa la differenza - quanti dicono "uso il libro solo per gli esercizi?", sigh?