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SCUOLA/ Compiti a casa, solo la "realtà" può farli amare

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Nel commentare a caldo l'articolo di Daniela Notarbartolo avevo però scritto "ogni cosa ha senso se ha senso". Pagato l'omaggio a Catalano, intendo dire che il senso sta in chi assegna il compito, prima che in chi lo esegue. Nel sapere e nel saper dare una motivazione e una gratificazione al fatto di dover impegnare una certa fatica. 

Una seconda riflessione riguarda allora il concetto del gioco, che la natura ha inventato proprio per stimolare questi meccanismi nelle fasi dello sviluppo che portano alla maturità. Inclusi ovviamente i giochi mentali. Quelli che richiedono il confronto simmetrico con un partner, come gli scacchi o lo scopone, o quelli con cui ti confronti asimmetricamente con un problema assegnato da qualcuno che non conosci. All'evoluzione di una cosa strutturalmente artificiosa come il cruciverba, Paolo Bacilieri ha recentemente dedicato una deliziosa graphic novel, FUN: a che tipo di bisogno risponde, che tipo di soddisfazione produce l'essere capace di concludere il Bartezzaghi in meno di un quarto d'ora? O, più ancora, passare il tempo a svolgere degli esercizi topologico-numerici come il sudoku o il cubo di Rubik (dei videogiochi parliamo un'altra volta)? Eppure sono attività assolutamente più "inutili" della maggior parte degli esercizi che può assegnare l'insegnante, pur non essendo necessariamente meno impegnative, anzi. 

Paradossalmente, la differenza tra il meccanismo del gioco (che non è uno scherzo) e quello del compito da svolgere a casa sta nel fatto che chi propone il gioco o l'esercizio ci creda o meno, e qui spesso è la scuola che perde il confronto. Perché è difficile credere nella validità di una fila di esercizi che l'insegnante assegna solo "per fare vedere quanto è serio"; sembra incredibile, ma nel 2015 ci sono ancora famiglie che valutano la qualità di un docente dalla quantità di esercizi che assegna! Il compito richiede di essere concepito in funzione del livello, delle attese, dell'attualità di chi lo deve svolgere, del tempo che si prevede possa richiedere: che angoscia sentir dire "uso il libro solo per dare gli esercizi"... almeno le riviste di enigmistica cambiano le definizioni ogni settimana! Poi, deve essere risolto e verificato insieme, cercando di capire le difficoltà incontrate, creando stimoli per andare oltre; non semplicemente controllato di sfuggita, con uno sguardo svagato al quaderno, visto che tanto "non c'è tempo". Se no, lasciamo perdere.

Citavo un titolo di Brian P. Coppola, il chimico americano che alcuni anni fa aveva vinto il premio come miglior docente d'America: "do real work, not homework!" — nel senso di svolgere un lavoro che sia un confronto problematico con la realtà, non con uno schema predefinito di un esercizio "che deve venire". Lo spunto per il lavoro può nascere da una situazione sperimentale, concreta (mi importa relativamente se vogliamo parlare di "problem solving", di "case analysis" o di qualche altra formuletta, e non sto pensando al solo ambito scientifico-tecnologico, in cui la cosa sembra apparentemente più semplice). 



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