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SCUOLA/ Dostoevskij e il "sacrificio" dell'innocente

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Fedor Dostoevskij (1821-1881)  Fedor Dostoevskij (1821-1881)

Può la scuola trasmettere contenuti del sapere vivi non solo perché attuali, ma perché capaci di interloquire con la posizione di chi se ne sta interessando (studente o insegnante che sia) fino a modificarla e renderla disponibile all'ascolto paziente della voce delle cose? 

Sì, lo può fare; a patto che si imposti correttamente il tema della conoscenza, che poi non riguarda solo la scuola, ma tutta la vita. La domanda sulla conoscenza coincide con la questione del rapporto con la realtà: per introdursi nel suo mistero occorre un'ipotesi di significato, un criterio conoscitivo appunto. 

Domina nella scuola, e più in generale nel mondo della cultura, un modo di intendere il sapere per cui la ragnatela costituita dal contesto formativo finisce per uccidere il frammento di cui si desidera comprendere la densità o la struttura. Il sacrificio dell'innocente è come la premessa necessaria per procedere alla sua analisi. Vengono in mente, a questo proposito, certe forme di programmazione talmente parcellizzate che perdono di vista la consistenza e la specificità di un certo genere di manifestazioni, sempre collegate ad un tutto, per ridurle alla casistica degli oggetti da manipolare. Questo modo di procedere, talvolta nella scuola, altre volte nella cultura, prescinde dal soggetto che conosce, dal suo desiderio di partecipare al processo della conoscenza e prescinde dalla natura del fenomeno o avvenimento da conoscere, bloccandolo come oggetto nella bacheca della prevedibilità e della ripetibilità. 

Un certo altro modo di conoscere, attraverso la partecipazione, invece, restituisce sia al soggetto che all'oggetto la natura di testimoni vivi di un sapere che ci sta parlando mentre ne prendiamo coscienza. Conoscere per partecipazione significa entrare nella realtà mettendo in azione non solo il proprio punto di vista, ma anche il punto di vista dell'altro, di ciò che falsamente riteniamo in partenza solo un oggetto inerte.

Sì, tutto bello. Ma cos'è una "conoscenza per partecipazione"? 

Lo ha spiegato ed esemplificato Tat'jana Kasatkina, studiosa dell'Accademia Russa delle Scienze, durante una serie di convegni studenteschi realizzati a Mirandola (Modena) e Brescia da una rete di undici scuole  superiori, che hanno coinvolto, in collaborazione con Diesse, circa 400 alunni e una cinquantina di insegnanti. Partecipare, è stato detto, significa anzitutto ascoltare. Si potrebbe pensare che l'ascolto sia un'azione soggettiva di reductio ad unum, dove la parte del leone la fa chi legge. Ascoltare invece significa entrare nel testo non mediante operazioni magiche o esoteriche, ma dalla porta meno frequentata solitamente, cioè da ciò che non si capisce a prima vista, dalla sua apparente estraneità al nostro modo di pensare. Il racconto o il romanzo, in questo caso Le notti bianche di Fëdor Dostoevskij, che ha impegnato per mesi i ragazzi giunti alla fine della sperimentazione, contiene il messaggio dell'autore (e questa è cosa nota), ma lo svela ingaggiando con il lettore un combattimento, una lotta che assomiglia molto a quella tra Giacobbe e l'angelo in cui l'uno deve arrancare ferito dietro all'altro finché il secondo non gli svela il suo nome.



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