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SCUOLA/ La guarnigione attende, ma l'autonomia quando arriverà?

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Da un disegno di Dino Buzzati (Immagine dal web)  Da un disegno di Dino Buzzati (Immagine dal web)

Quindici anni più tardi, nel 1990, si compì un ulteriore e importante passo, ponendo un altro tassello significativo. In occasione della Conferenza nazionale della scuola, con una relazione che merita rileggere ancora oggi, Sabino Cassese sostenne che l'istruzione era una funzione civile, non statale. Fermo restando gli obblighi dello Stato a provvedere al suo funzionamento, occorreva perciò riconoscere a ogni scuola il diritto all'autonomia scolastica, organizzativa e finanziaria, compresa la diretta assunzione dei docenti e la possibilità di stipulare accordi con privati. 

Si cominciò da quel momento a parlare non solo di "partecipazione", ma di "autonomia scolastica" e, contestualmente, di processi valutativi che tenessero sotto controllo il sistema, immaginato sganciato dalla sorveglianza amministrativa del ministero. Nel 1992 apparve la prima edizione degli indicatori Ocse sull'educazione e si cominciò anche da noi a pensare alla messa in campo di rilevazioni ad ampio spettro sui livelli di apprendimento. 

Le scadenze successive sono più note perché più vicine. Nel 1997 la legge n. 59 all'art. 21 dispose che l'autonomia delle istituzioni scolastiche e degli istituti educativi si inserisse "nel processo di realizzazione della autonomia e della riorganizzazione dell'intero sistema formativo", principio che si tradusse in norme operative con il regolamento del 1999. Dal 1° settembre 2000 l'autonomia scolastica fece il suo ingresso ufficiale. Nel 2001 si avviarono i primi "progetti pilota" in tema di valutazione degli apprendimenti, nel 2003 fu creato l'Invalsi. 

Poco più tardi il ministero della Pubblica Istruzione in collaborazione con quello dell'Economia pubblicò il Quaderno bianco sulla scuola (2007) documento di largo impatto, in specie in materia di valutazione. Nel frattempo le rilevazioni Ocse-Pisa e Invalsi cominciarono a diventare familiari (e contestate) nelle scuole. Il resto è cronaca degli ultimi anni.

Questa breve rassegna suggerisce alcune riflessioni. La prima riguarda la lentissima maturazione del principio di autonomia, prima, e di valutazione, poi, sempre in bilico tra vigilanza ministeriale e approcci consuetudinari, tra caute aperture e tentazioni neocentraliste. Il peso di una lunghissima tradizione ministerialista ha giocato (e gioca tuttora) un ruolo rilevante. Le radici storiche del centralismo infatti sono riconducibili non solo all'Unità, ma addirittura a quasi un secolo e mezzo prima e cioè all'organizzazione settecentesca del sistema scolastico piemontese codificato da Vittorio Amedeo II nel 1729.  

In secondo luogo il passaggio dalla scuola dello Stato alla scuola affidata agli attori stessi dell'educazione scolastica si è incontrata (e scontrata) con le resistenze della burocrazia e con l'atteggiamento dei sindacati —il cui peso sarebbe ridimensionato da un sistema costituito orizzontalmente e non più verticalmente —, e con la pigrizia delle scuole, molte delle quali, tutto sommato, hanno continuato a vivere senza eccessivi problemi nei ritmi delle circolari ministeriali.  



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