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SCUOLA/ Conservatori e accademie, quando lo Stato fa peggio dell'Isis

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La biblioteca dei Gerolamini a Napoli (Immagine dal web)  La biblioteca dei Gerolamini a Napoli (Immagine dal web)

In sostanza, è come se si fosse detto a ogni istituzione Afam, grande o piccola, prestigiosa o appena appena decente: "Da oggi dovete diventare piccoli atenei, ma senza che vi si corrisponda un centesimo di più, con lo stesso personale pre-riforma, che anzi viene collocato in ruolo a esaurimento e senza fondi per la ricerca". Prevedibilmente, il risultato non è stato un poco probabile miracolo, ma la conferma di una specie di mostro a due facce, che si oppongono e che guardano l'una verso l'università, l'altra verso le scuole secondarie. 

La verità è che occorreva pensare diversamente e in grande, per valorizzare davvero l'immenso patrimonio culturale costituito dalle istituzioni artistiche e musicali, salvaguardando la specificità tipica di ogni tipologia, conservatori, accademie, e anche  l'Accademia Nazionale di Danza o l'Accademia Nazionale di Arte Drammatica, che hanno caratteristiche ed esigenze diverse. E il fatto che a 15 anni dalla riforma i decreti attuativi non siano mai stati varati, la dice lunga sulla possibilità di gestire dal centro questo settore costituito da istituzioni il cui valore sta proprio nell'essere diversificate. La mancanza di un decreto sul reclutamento del personale docente, tuttora ispirato alle scuole secondarie, ha poi creato un precariato mortificante per le istituzioni, per i docenti stessi, incerti del loro futuro, e ancor di più per gli studenti, che si trovano di fronte insegnanti che, a parte la qualità, non possono garantire una continuità didattica e di ricerca. Oltretutto, si sta procedendo alle famose sanatorie, che prevedono l'immissione in ruolo di un personale che — dalla scuola non si è imparato nulla! — solo in rari casi ha sostenuto delle vere e proprie prove selettive, anche se  alcuni tra i precari delle Accademie di Belle Arti sono in possesso dell'abilitazione scientifica nazionale, e parte del personale amministrativo ha superato dei concorsi nazionali: questi, se da un lato possono essere visti come segnali positivi, dall'altro lasciano emergere il dato di un'assoluta casualità nella gestione del settore da parte del Miur. 

È però evidente — o dovrebbe esserlo — che così non si va da nessuna parte e si raggiunge il solo obiettivo di far morire, lentamente ma inesorabilmente, queste istituzioni, che sono nate nel Rinascimento nel nostro Paese (la fiorentina Accademia del Disegno sorse nel 1563 e sempre della fine del '500 sono i primi conservatori napoletani), si sono diffuse in tutto il mondo e sono tuttora apprezzate dagli studenti stranieri. Eppure non mancano esempi di politiche virtuose: per esempio, in Spagna negli anni 80 del secolo scorso le Accademie di Belle Arti furono trasformate in Facoltà e i professori dovettero superare una prova concorsuale per essere stabilizzati nei nuovi ruoli della docenza universitaria. Oggi, oltretutto, questo passaggio sarebbe facilitato dalla presenza nell'università dell'abilitazione scientifica nazionale. Ma per fare questo occorrerebbe che ci trovassimo in un Paese diverso, capace di investire sia nella formazione che nella valorizzazione del suo patrimonio culturale. 

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