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SCUOLA/ Conservatori e accademie, quando lo Stato fa peggio dell'Isis

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La biblioteca dei Gerolamini a Napoli (Immagine dal web)  La biblioteca dei Gerolamini a Napoli (Immagine dal web)

Forse qualcuno ricorda, dai tempi del liceo, la cosiddetta "tradizione ermetica", quella dottrina che teorizza una sostanziale identità tra il tutto e le sue parti, per cui ciò che si trova, nel bene come nel male, nel macrosistema, si ritrova pure in ciascuna delle sue parti. Nel bene come nel male. E, lo sappiamo per esperienza, solitamente è il male che si manifesta con una inesorabile puntualità. Ora, calando questo principio metafisico nella realtà più prosaica della vita quotidiana, possiamo purtroppo dire che buona parte delle  istituzioni dello Stato italiano tende a mostrare tutti i vizi dello Stato medesimo. Caoticità, ingovernabilità, impossibilità a individuare responsabilità si manifestano più spesso che altrove nei luoghi che dovremmo tutelare come gioielli del nostro patrimonio culturale. Io vivo e insegno a Napoli, e basta ricordare la  biblioteca storica dei Gerolamini, tra le più antiche d'Europa, che ha visto sparire nel generale disinteresse centinaia di volumi, che finivano sul mercato (nero) e nelle collezioni dei cosiddetti "bibliofili". 

Ma nelle istituzioni culturali di Napoli la sottovalutazione è pane quotidiano. Il Conservatorio S. Pietro a Majella possiede esemplari manoscritti, spesso inediti, di compositori del calibro di Giuseppe Verdi, e questo patrimonio inestimabile per mancanza di personale non è adeguatamente valorizzato. Non stiamo parlando di Palmira e di orde di sanguinari assassini e devastatori, che, in nome di un sedicente califfato saccheggiano e distruggono opere d'arte degli "infedeli". Stiamo parlando del nostro Paese, quindi dei nostri politici, dei nostri amministratori, di noi stessi, e infine delle istituzioni Afam — accademie e conservatori — che mancano di un'adeguata regolamentazione,  e vivacchiano in un apparente generale disinteresse grazie allo sforzo di pochi.

La maggior parte delle Afam è costretta a gestire con pochi amministrativi, una decina al massimo, spesso volonterosi ma privi di una qualificazione specifica, patrimoni di inestimabile valore, occupandosi anche dell'amministrazione del personale e degli studenti. Ancora un esempio personale: l'Accademia di Belle Arti di Napoli, dove insegno, ha attivato  venti corsi di diploma accademico (pari a venti corsi di laurea), possiede una galleria d'arte  che ha pochi uguali fra le analoghe istituzioni italiane ed europee, con opere d'arte dal Seicento a oggi, una biblioteca con decine di migliaia di volumi, ha circa tremila studenti iscritti e circa duecento docenti, … il tutto "gestito" da 14 unità di personale amministrativo. Il risultato finale non può che essere caotico, e la disponibilità di questo patrimonio culturale per la città (e per i turisti) è ridotta al minimo. 

Come si è già detto su queste pagine per i conservatori, la corsa al massacro è iniziata all'alba del nuovo millennio, quando si decise di varare una legge, la 508/99, che aveva lo scopo, sulla carta, di "valorizzare"  le istituzioni di alta formazione artistica e musicale con una bella riforma a costo zero. 



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