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SCUOLA/ Carrón, la matematica e l'io: il senso di una ricerca

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Albert Einstein riconobbe di avere sottovalutato il lavoro di Kurt Godel (Immagine dal web)  Albert Einstein riconobbe di avere sottovalutato il lavoro di Kurt Godel (Immagine dal web)

Domenica 11 ottobre ho ascoltato la lezione fatta a Bologna da Julián Carrón su scuola ed educazione. Immediatamente colpita per come mi aveva fatto rileggere le mie esperienze di insegnante e di madre, ho poi afferrato, attraverso il commento di Elena Ugolini, il punto centrale della questione: l'efficacia di un insegnamento (sia dal punto di vista della trasmissione del sapere che dell'educazione) ha un punto di appoggio fondamentale, che ci sia un "io" a cui rivolgersi e un "io" che insegna. Quindi il nodo centrale per l'insegnante diventa attivare l'io attraverso il suo modo di insegnare, oppure riattivarlo, quando ha perso l'interesse, la sensibilità, la passione, su cui cresce la motivazione e l'adesione al lavoro. Già alla fine della lezione, nell'aula in cui ero con un gruppetto di insegnanti torinesi, nasceva la domanda: "anche per la matematica?!".

Ebbene, sì, anche per la matematica, posso affermarlo per esperienza. Sono un'insegnante di matematica in pensione, ancora interessata alla scuola per il "soccorso" a studenti con qualche difficoltà e per la ricerca didattica con alcuni insegnanti. Questo è interessante perché mi fornisce un duplice punto di vista.

Cosa vuol dire riattivare l'io dell'allievo insegnando matematica? La domanda sull'educazione me la ponevo già con alcuni amici al tempo dell'università. Finivamo per dirci che agli insegnanti di lettere sarebbe stato possibile educare, perché i contenuti che trattano sono vicini all'umanità, ma che a noi "tecnici" non sarebbe stato possibile. Molto presto però ho preso coscienza di non essere solo un tecnico; insegnando, la mia cultura cresceva e si approfondiva, il dialogo con gli allievi mi permetteva di scoprire le loro domande. Nell'insegnare matematica, la mia persona era coinvolta in modo inatteso.

Ho iniziato come tutti, facevo lezione "raccontando" la matematica. Questo raccontare mi obbligava a studiare e a ripensare, era per me un viaggio. Non finivo di scoprire nessi e significati, andando al fondo di argomenti che avevo sempre giudicato semplici. Mi accorsi che per dare spiegazioni, non potevo ripetere l'argomento tale e quale come l'avevo spiegato. Per empatia e intuito cercai di entrare nei sentieri sconosciuti della mente e della concettualizzazione, cercando poi conferme nello studio. 

Insegnavo a gente seria, studenti universitari che avevano scelto lo studio scientifico, non ostili alla matematica, anche se non tutti appassionati. Con il passare degli anni, il livello di preparazione degli allievi scendeva, iniziavano a presentarsi anche tra i miei studenti alcuni casi di difficoltà. Ma quando i miei figli andarono a scuola mi si aprì un mondo nuovo: intelligenti a casa, poco brillanti a scuola. Erano entrati in un mondo dove per la matematica il sapere proposto era solo un insieme di regole, a cui il loro "io" si sentiva estraneo, regole già fatte, non legate a questioni per loro significative, ad esperienze effettive, concrete o mentali. 



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