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SCUOLA/ Sindacati, dov'è finito l'autunno caldo?

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Ed ora il silenzio che gli organi di stampa ufficiali hanno riservato al flop delle più recenti proteste di piazza pare voler fare il gioco di un'ultima strategia trasformista dei sindacati del comparto scuola che, forse, hanno in mente di attribuirsi almeno il merito di essere riusciti a strappare altri soldi al Governo per il rinnovo dei contratti, mitiche arabe fenici.   
Intanto nelle scuole presidi e docenti, più realisti di ogni re, talvolta anche incontrandosi nei momenti collegiali di libero confronto e collaborazione, hanno cominciato a lavorare sui contenuti e sulle opportunità offerte dalla Buona Scuola, lasciandosi interpellare, prima che dalle provocazioni sindacali, dalle (vere) ragioni dell'essere a scuola: rispondere al bisogno sempre più urgente di attenzione e di cultura da parte delle giovani generazioni, scoprendo così il piatto di lenticchie, insipido e poco opportuno, dei proclami sindacali. 

La protesta delle ultime (non riuscite) mobilitazioni autunnali trovava ragioni nel dare più valore al lavoro della scuola come un'assoluta priorità rivendicando di non essere (da sito della Flc-Cgil) "disponibili a subire passivamente un modello di scuola e di organizzazione del lavoro che mette in discussione valori e principi costituzionali". Anche per il sindacato (che voglia diventare autentico e perciò credibile) è il momento di riconoscere il fallimento di un modello di rappresentanza che ha preteso di governare tutta la vita e la professionalità del personale scolastico perdendo di vista la propria natura —costituzionalmente riconosciuta — di associazione chiamata a difendere i diritti dei lavoratori.

Per una buona scuola è il tempo di un buon sindacato?

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