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SCUOLA/ Uccidere la madre a 17 anni: il pensiero non c'è più, ma il cuore sì

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"Salve prof — si rivolge a me una diciassettenne della mia scuola —. Le scrivo per dirle che da domani torno a fare religione. Quando è cominciato l'anno io mi ero messa in testa che lei fosse 'finto', che non ci volesse bene se non a quelli che erano dei 'suoi', di quelli che facevano religione. Le prime volte che uscivo di classe al cambio d'ora non volevo neppure vederla perché pensavo che mi volesse convincere a fare religione. Poi per due o tre volte l'ho incontrata nel corridoio e lei mi ha sorriso, quasi contento che io fossi stata così libera da arrivare a non fare religione quest'anno. Io lì mi sono detta che nessuno poteva essere contento che io fossi libera se non uno che mi voleva bene. E poi vedevo i miei compagni che aspettavano la sua ora contenti e io invece ero sempre più arrabbiata. Era più facile restare che andare via". Ed è rientrata, è tornata a  farsi guardare, a dialogare con me. 

Perché al di là di ogni analisi e di ogni crimine è questo che attendono i nostri ragazzi al suono di ogni campanella: qualcuno appassionato davvero alla loro libertà, qualcuno capace di attenderli col cuore aperto. Capace di curare con la misericordia le ferite di una vita che forse davvero, in alcuni tratti, ha fatto troppo male.



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