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SCUOLA/ A lezione di giustizia (e di ragione) tra san Martino e Buchenwald

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Gustavo Zagrebelsky (Infophoto)  Gustavo Zagrebelsky (Infophoto)

Se andiamo in cerca di una definizione esaustiva ed universale del concetto di giustizia, se accettiamo l'ipotesi di esistenza di una sua nozione assoluta, l'aporia in cui si cade è sempre la medesima: questo come tutti gli altri motti usati per definire la giustizia è una proposizione puramente formale ed è proprio la sua assoluta formalità la causa della sua equivocità. In questo caso la giustizia viene ultimamente a coincidere con il potere stesso o con coloro che lo esercitano, cioè con l'obbedienza totale alla legge. E ciò è quantomeno paradossale, dal momento che quello che si cerca di fare, individuando un concetto universale di giustizia, è di fissare, formulare un principio ed una categoria ermeneutica che preceda la legge stessa e che permetta quindi di fondarla come tale. 

Il fatto è che, per Zagrebelsky, non disponiamo di un criterio di giudizio grazie al quale denotare in modo univoco il significato della parola giustizia. È certamente un'affermazione problematica, ma ha d'altra parte il merito di porre l'attenzione su una grande verità, e cioè che la giustizia non è mai una cosa data una volta per tutte. Ed è forse anche questo il senso della proposta di Zagrebelsky, quando provoca: "immaginiamo che la giustizia non sia un concetto, ma un sentimento". Quello a cui lui qui si riferisce non sono tanto quelle passioni contingenti e sostanzialmente cieche, ma delle emozioni stabili, "pensieri emozionali" — così li ha definiti, con questa bellissima espressione — che non solo ci permettono di conoscere l'oggetto, ma ci costringono a prendere posizione di fronte ad esso, di sentirne la chiamata a lasciarsene interpellare. La società, allora, si può forse costruire su questo consenso, su questo condiviso sentimento di giustizia — "quante volte ne parliamo così", chiosa Zagrebelsky — intuitivo ed emozionale. 

Questo potrebbe essere un criterio di discernimento obiettivo del giusto, dal momento che è di fronte alla massima ingiustizia e non alla massima giustizia che di fatto è più immediato trovare uno spazio comune, l'intersezione di più istanze. Provocati dal dolore innocente di dostoevskiana memoria, infatti, emerge inevitabilmente in noi "il profondo dell'umanità", che per Zagrebelsky resta la nostra comune partecipazione all'esperienza della morte e della finitudine. 

Aldilà dell'eventuale condivisione della posizione teoretica, non si può certo non apprezzare il contenuto e il metodo del richiamo di Zagrebelsky, che ci ha invitato a riscoprire che il pensare è innanzitutto una sfida, un dialogo e a riflettere su una dimensione dell'umano che troppo spesso è riduttivamente interpretata. Allo stesso tempo resta, forse, da chiedersi se una ragione calcolante, esclusivamente procedurale sia l'unica ragione possibile, resta cioè da chiedersi se la risposta a che cosa sia la giustizia non sia possibile da trovarsi nell'unità di una ragione appassionata del vero. Ma è in fondo proprio porre questa domanda, l'aurora della gioia del pensiero e l'augurio di scoperta a tutti gli studenti che si stanno mettendo al lavoro.



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