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SCUOLA/ Attenti al "piano" dell'Ue contro la cultura umanistica (e l'Italia)

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In Italia, in base alla legge 107/2015, l'alternanza scuola-lavoro diventa obbligatoria per tutti e prevede che, entro la fine del percorso quinquennale, gli studenti del liceo dovranno aver fatto 200 ore totali e gli allievi degli istituti tecnici e professionali 400. L'iniziativa ha indubbiamente il vantaggio di preparare concretamente i giovani al mondo del lavoro, inserendoli nel tessuto produttivo locale, ma alcuni avanzano il dubbio che il rischio sia quello di ridurre il sistema pubblico dell'istruzione a mero luogo di formazione di forza-lavoro e utilizzazione di mano d'opera a basso costo da parte delle aziende. 

Gli assi fondamentali per la riorganizzazione dell'istruzione, ripresi anche in un documento di Confindustria, si basano sulla formazione professionale calibrata sulla domanda delle imprese. Ma un paese per progredire non può prescindere dalla teoria, dalla cultura e dalla scienza perché ha anche bisogno di formare scienziati, fisici, biologi, filosofi, scrittori, deve istituire percorsi umanistici per  formare esperti capaci di valorizzare l'immenso patrimonio artistico che abbiamo ereditato. 

L'Unione Europea avrebbe dovuto prefiggersi il compito di integrare le grandi tradizioni scientifiche e culturali nazionali, invece ha affrontato in maniera alquanto superficiale la tematica dell'istruzione limitandosi ad identificare una sorta di minimo comun denominatore imperniato unicamente sui requisiti per l'impiego e lo scambio della forza-lavoro e definendo competenze chiave che rappresentano quanto di più mediocre si possa immaginare per definire il profilo di un cittadino europeo istruito.

Tiziana Pedrizzi, nel suo articolo "Cultura per tutti. La lezione della Francia all'Italia", si interroga sul pericolo della sparizione dal panorama italiano ed europeo del retaggio culturale che ci ha sempre contraddistinto. 

E' davvero per mancanza di lungimiranza che l'Unione Europea ha deciso di correre compatta verso il semianalfabetismo di massa oppure esiste un disegno che mira a creare un'élite di pochi fortunati che potranno permettersi una formazione privata complessa, mentre il resto della popolazione sarà addestrato per una funzione strumentale?

E' innegabile che "scegliere un tipo di educazione significa scegliere un tipo di società" (Rapporto all'Unesco della Commissione Internazionale sull'Educazione) e che un popolo che non è educato a pensare è più facilmente manipolabile.

Il sistema di istruzione generalmente elogiato e preso a modello è quello americano, molto settoriale e specializzante, che mira a formare lavoratori, anche ad alti livelli, in grado di inserirsi perfettamente nell'ingranaggio produttivo ma spesso incapaci di autonomia. Ne sanno qualcosa gli studenti di ingegneria dell'Università La Sapienza che hanno provato a studiare sulle dispense del mitico Mit (Massachusetts Institute of Technology) constatando che le formule matematiche erano semplicemente enunciate per essere imparate a memoria mentre a loro veniva richiesto il ragionamento per elaborarle. Non a caso i nostri cervelli sono i più richiesti all'estero per la loro capacità di problem solving, giacché hanno la visione d'insieme che manca agli altri. 



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COMMENTI
11/11/2015 - competenze (roberto castenetto)

Questo sì che è un giudizio chiaro. Ma la prevalenza data al fare nasce anche da una riduzione della cultura operata da coloro che apparentemente difendono il sapere umanistico. Così, ad esempio, Morin riduce la portata delle domande di senso, che costituiscono la base della cultura umanistica: «Sono convinto che è dalla scuola primaria che si può cercare di mettere in opera il pensiero reliante, poiché esso è presente allo stato selvaggio, spontaneo, in ogni bambino. Ciò si può fare a partire dalle grandi interrogazioni, in modo particolare dalla grande interrogazione antropologica: “Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo?”. È evidente che se si pone questa domanda si può rispondere al bambino, attraverso una pedagogia adeguata e progressiva, spiegando in che cosa e come noi siamo esseri biologici, e in che cosa questi esseri biologici sono nello stesso tempo esseri fisico-chimici, esseri psichici, esseri sociali, esseri storici, esseri in una società vivente in economia di scambi ecc. Da qui, possiamo deviare, sfociare e ramificare verso scienze separate, pur mostrando i loro legami. A partire da queste basi possiamo far scoprire il modo sistemico, ologrammatico, dialogico della conoscenza complessa». Edgar Morin, Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione, 2014, p. 82-83.