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SCUOLA/ Delitto di Ancona, siamo "pronti" a che i nostri figli diventino assassini?

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I due giovani accusati della strage, Antonio Tagliata e la fidanzata minorenne (Immagine dal web)  I due giovani accusati della strage, Antonio Tagliata e la fidanzata minorenne (Immagine dal web)

Antonio Tagliata ha i capelli da bullo della scuola, da chi si difende da solo dai colpi della vita, e come unica arma ha le nocche della mano che allena con la boxe; e chissà, chissà cos'aveva visto negli occhi di Martina, chissà quale possibilità, chissà quale destino lontano dalla durezza della strada e dalla violenza a cui il padre l'aveva abituato. Lo stesso destino che ognuno di noi ha immaginato dentro ogni amore, anche quello più passeggero e flebile, anche dentro l'infatuazione adolescenziale che durava appena gli ultimi venti giorni di agosto. Ma sarebbero stati felici, ne erano certi Antonio e Martina. Perlomeno erano certi che avrebbero fatto di tutto per esserlo, lo esigevano a tutti i costi. Lo esigeva il loro amore. Lo esigeva la loro libertà impazzita. Fino al corto circuito. Fino a quell'insana idea, che come un virus avrà assalito l'intreccio amoroso dei giovani. Una linea sottile, superata la quale l'io sembra diventare onnipotente, padrone ultimo di sé e dell'altro: "uccidiamoli, saremo finalmente liberi, io e te. E nessun altro. Poi ce ne andremo, senza sapere bene né dove, né come, né quando".

La pistola procurata chissà come — da un nomade di dubbia provenienza, confessa Antonio —, gli otto colpi (Martina ricorda perfettamente il numero, due sulla madre, sei sul corpo del padre che fuggiva verso il balcone alla ricerca di aiuto) e poi il vortice del non senso, del vuoto, del nulla. Il sogno crivellato in quegli otto colpi. Al silenzio dei due killer pian piano si sostituisce il chiacchiericcio dei media. Il tribunale degli spettatori con pop-corn e Coca Cola, noi, quelli aldilà dello schermo.

Senza rendersi conto che questo non è un film. Senza rendersi conto che un fatto del genere non si liquida con qualche commento come quello della folla che fila via dal multisala, prendendo la parte di uno dei protagonisti; questa è realtà. E questa è una tragedia che riguarda tutti. Girando per i social network si percepisce subito chiaro che lo scivolamento nella soap opera o nel compatimento pietistico è la conseguenza di un atteggiamento a monte, l'atteggiamento di una strenua difesa. Per arginare l'ombra spaventosa dell'incomprensione, dello sconcerto, della terra che ci frana sotto i piedi. La difesa della nostra vita tranquilla, della nostra vita di onesti lavoratori, di figli accondiscendenti e ubbidienti, di genitori accoglienti. 

La difesa dal rischio di doversi accorgere che in fondo non siamo proprio quello che pensiamo di essere, di scoprire che la tragedia di Martina, Antonio, Fabio e Roberta è la tragedia di ognuno di noi. E' irresistibile la tentazione di prendere il nostro male, estirparlo e riversarlo nei corpi perforati e ormai inermi dei due genitori o nei corpi svuotati dei due giovani. 



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