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SCUOLA/ Creatività e conoscenza, la falsa alternativa

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Kenneth Robinson (foto Wikipedia)  Kenneth Robinson (foto Wikipedia)

Sulla base di queste premesse (e — diremmo anche — delle loro implicazioni non esplicitate, ma esplicitabili) la scuola del futuro potrà crescere giovani felici, responsabili, capaci di vivere, capaci di capire il mondo in cui vivono, e in possesso di quelle risorse che li aiuteranno a trovare lavoro. "C'è una sproporzione tra i fatti enormi di Parigi, appena accaduti, e il lavoro di oggi sull'autovalutazione — diceva recentemente il direttore dell'Usr dell'Emilia Romagna, Stefano Versari, ai dirigenti scolastici delle province emiliane —. Rimane la domanda: noi come istruiamo i nostri ragazzi, che arrivano a quel nichilismo assoluto che vede nell'annientamento dell'altro la sola ragione della propria esistenza? Questa è materia di riflessione scolastico-educativa oggi. Tutte le altre riflessioni, che invece hanno forti connotazioni amministrative (come quelle sull'autovalutazione) devono poter essere strumentali alla capacità di educare ragazzi, che in luogo del nichilismo saranno portatori di una capacità costruttiva».

Tanto che lo stesso Robinson apre un capitolo su docenti e dirigenti: i docenti devono avere la passione per l'insegnamento ed essere considerati, ben retribuiti e adeguatamente formati, mentre i dirigenti devono essere capaci di innovare.

Tra le sue indicazioni ci sono l'abolizione della divisione per età e per classi (come per esempio già avviene in scuole di Paesi extraeuropei), per consentire ai ragazzi di seguire un apprendimento basato sulle proprie abilità e interessi. Per noi italiani c'è anche l'indicazione di tener presenti gli insegnamenti di alcuni maestri come Maria Montessori.

Ciò che Sir Robinson, invece, non dice è la radice di tutto questo; la base, la condizione perché tutto questo possa tradursi in un fare scuola. Ovvero la possibilità della ragione, del ragionamento, della stessa capacità di elaborazione dell'informazione, di allargarsi oltre gli stretti confini in cui l'ha confinata la modernità, e sulla base dei quali è ancora interamente strutturata la scuola di oggi e il modus operandi di chi la fa. E oggi oltrepassare le Colonne d'Ercole finalmente si può.



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COMMENTI
18/11/2015 - Meno liceizzazione, niente Invalsi (Vincenzo Pascuzzi)

1) Forse Manuela Cervi si riferisce alla sola scuola di tipo liceale. Nessuna considerazione per altri tipi di scuola, né per l’abbandono scolastico. Si considera normale il fatto che siamo in una situazione di scuola obbligatoria di massa e che l’estensione a tutti è avvenuta non mediante nuova progettazione ma tramite una “colonizzazione” di stampo liceale. In circa 50 anni, sono stati desertificati, malamente licealizzati gli altri percorsi di apprendimento (avviamento al lavoro, andare a bottega). Abbiamo ragazzi costretti a prendere un diploma a 19, 20 o più anni. Diploma che poi non risulta utile perché mendace o non collegato al lavoro disponibile. 2) Risulta equivoco e contraddittorio il riferimento all’Invalsi ("l'uso in chiave strumentale delle prove standardizzate Invalsi"). OK ai test a crocette (scelta multipla) ma predisposti dal docente per la sua classe e per la situazione didattica in cui si trova. L’Invalsi reale è in situazione critica di contestazione perché obbligatorio, vantato come oggettivo, sopravvalutato dal Miur, usato per fare folli graduatorie di merito e classifiche. Anche Ken Robinson segnala “valutazioni standardizzate che soffocano la creatività e appiattiscono le ambizioni”. 3) Forse per carità di Patria, Manuela Cervi non cita la detestata Buona Scuola che ignora del tutto gli spunti contenuti nel suo articolo.