BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SCUOLA/ Creatività e conoscenza, la falsa alternativa

Pubblicazione:

Kenneth Robinson (foto Wikipedia)  Kenneth Robinson (foto Wikipedia)

Sir Kenneth Robinson, per dodici anni professore di Educazione delle discipline artistiche nell'Università di Warwick, oggi consigliere internazionale su temi educativi, oltre che autore di molti volumi tra cui Fuori di testa. Perché la scuola uccide la creatività, e apprezzatissimo conferenziere al TED, ha recentemente riproposto dal World Business Forum di Milano la sua visione della scuola del futuro.

Al centro del processo non solo d'apprendimento, ma anche conoscitivo, non sta più un'esclusiva capacità analitica, logico-deduttiva e poi sintetica, alla base dell'attuale primato scolastico delle discipline linguistiche e matematiche, ma la capacità creativa (molto più ampia del pensiero divergente), che lontana dall'essere prerogativa delle arti minori (discipline artistiche, musicali, o la stessa educazione fisica) è invece parte essenziale di quel modo di imparare (apprendere, conoscere, acquisire ed elaborare), che può essere garantito solo da una ragione che si allarghi oltre l'esclusiva razionalità. Creatività, quindi, non come alternativa al raggiungimento di determinati livelli di comprensione e di approfondimento disciplinare, ma come parte del processo stesso di comprensione e conoscenza in tutte le aree disciplinari.

A un processo d'apprendimento che abbia al centro la creatività sono legati in ambito didattico la capacità, che la scuola deve avere, di suscitare la curiosità, la passione, l'entusiasmo, il desiderio di conoscere, e in ambito orientativo di aiutare i ragazzi a trovare la propria più spiccata, personale e caratterizzante attitudine, oltre che quella di valorizzarne i talenti.

Per questo la scuola deve poter avere come obiettivo quello di tenere viva la scintilla, la volontà, l'interesse per il processo, quello della conoscenza, e non l'unilaterale preoccupazione per il suo risultato, i voti. Per questo la scuola del futuro sotto il profilo culturale combatte l'efficientismo (l'uomo che impara è molto di più del risultato immediato, che riesce a produrre di volta in volta, e la sua stessa capacità di imparare si dilata quando non è vincolata all'obbligo di dare immediata dimostrazione del suo risultato), mentre sotto il profilo didattico distingue tra misurazione e valutazione. L'apprendimento va certamente misurato con precisione e accuratezza, ma perché l'insegnante possa impostare giorno dopo giorno una didattica adeguata, non perché i ragazzi vengano giudicati (altro è misurare, altro è valutare, altro ancora è giudicare). E da qui anche l'uso in chiave strumentale delle prove standardizzate Invalsi.

E se sotto il profilo istruttivo la scuola del futuro si caratterizza per un curricolo ampio, profondo, e radicato nel patrimonio culturale di ciascun Paese e dell'umanità stessa, sotto il profilo didattico privilegia un apprendimento collaborativo. Senza sovrastimare il lavoro di gruppo sull'apprendimento individuale (sono necessari sia l'uno che l'altro con obiettivi diversi), è certamente così vero che l'essere umano è relazione, che l'individualità certo non paga né sotto il profilo scolastico o degli apprendimenti, né sotto il profilo educativo o della crescita: la scuola del futuro educa a partecipare consapevolmente, responsabilmente e — aggiungiamo — costruttivamente alla vita sociale.



  PAG. SUCC. >


COMMENTI
18/11/2015 - Meno liceizzazione, niente Invalsi (Vincenzo Pascuzzi)

1) Forse Manuela Cervi si riferisce alla sola scuola di tipo liceale. Nessuna considerazione per altri tipi di scuola, né per l’abbandono scolastico. Si considera normale il fatto che siamo in una situazione di scuola obbligatoria di massa e che l’estensione a tutti è avvenuta non mediante nuova progettazione ma tramite una “colonizzazione” di stampo liceale. In circa 50 anni, sono stati desertificati, malamente licealizzati gli altri percorsi di apprendimento (avviamento al lavoro, andare a bottega). Abbiamo ragazzi costretti a prendere un diploma a 19, 20 o più anni. Diploma che poi non risulta utile perché mendace o non collegato al lavoro disponibile. 2) Risulta equivoco e contraddittorio il riferimento all’Invalsi ("l'uso in chiave strumentale delle prove standardizzate Invalsi"). OK ai test a crocette (scelta multipla) ma predisposti dal docente per la sua classe e per la situazione didattica in cui si trova. L’Invalsi reale è in situazione critica di contestazione perché obbligatorio, vantato come oggettivo, sopravvalutato dal Miur, usato per fare folli graduatorie di merito e classifiche. Anche Ken Robinson segnala “valutazioni standardizzate che soffocano la creatività e appiattiscono le ambizioni”. 3) Forse per carità di Patria, Manuela Cervi non cita la detestata Buona Scuola che ignora del tutto gli spunti contenuti nel suo articolo.