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SCUOLA E PARIGI/ Annalisa, Vito, Marianna, Roberta: non ci serve un'analisi, ma la nostra vita

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A Parigi, sui luoghi del massacro (Infophoto)  A Parigi, sui luoghi del massacro (Infophoto)

Desolazione. Tutto il mondo ci invidiava, e noi ci siamo vergognati di quello per cui ci invidiavano. Contentezza perché oggi non si fa lezione, si perde tempo a parlare di Parigi. Dei morti di Parigi. E martedì per la maggioranza né scuola né manifestazione: la coperta è troppo calda. Amiamo la vita più di quanto loro amano la morte? Al suono della sveglia, amiamo la vita? Cerchi lacrime vere in giro, senza schermi, ma si nascondono. Poi incontri Annalisa

«Venerdì sera ero a casa quando ho saputo degli avvenimenti di Parigi. Sono rimasta atterrita da tanta brutalità. Tutto ciò mi ha suscitato una domanda: perché? Non riuscivo e non riesco a capire il senso di quanto accaduto. Questa domanda continua a tormentarmi da giorni. Mi chiedo cosa sarà dei genitori di quei ragazzi che erano semplicemente andati ad ascoltare un concerto (come accade anche a me), di quei bambini che erano a casa dei nonni perché i genitori erano a cena fuori e che sabato si sono ritrovati orfani. Tutto questo non riesco proprio a capirlo. Mi sento preferita, è vero, ma ciò che è accaduto non mi sta affatto bene. Un Dio che permette tutto ciò, che Dio è? Sarà anche vero che noi vediamo solo una parte del Suo disegno, ma non riesco comunque a giustificare l'accaduto. Ho letto una decina di articoli che riportavano opinioni o raccontavano il fatto, ma continua a non bastarmi. Mi sento impotente, vorrei poter fare qualcosa, poter essere d'aiuto e non posso. Mi sento come una formica che cerca di spostare una pietra enorme. Posso stare alla realtà che mi viene messa davanti, ma continua a sembrarmi troppo poco».

Anche Vito si è lasciato sfidare: «Siamo in un mondo in cui tutto passa, purtroppo anche la morte: prima in un "fraterno" interessamento, in un sentimento, e poi due minuti dopo in una totale indifferenza. Siamo capaci di tremare, di emozionarci davanti alle immagini cruente che passano ininterrotte sugli schermi delle nostre tv, e allo stesso tempo però, tre giorni dopo, è facile ridurre tutto a un "ah sì, ho sentito", a un'informazione da ammassare nella nostra mente e da ricordare gli anni prossimi in un minuto di silenzio o in una giornata della memoria, come se fosse tutto normale, perché adesso invece c'è bisogno di scioperare. In fin dei conti facciamo finta di interessarci a ciò che accade intorno a noi, ma questo in fondo non ha nulla a che fare con la nostra realtà, col nostro quotidiano, con lo svegliarsi la mattina e prendere il pullman per andare a scuola. Però io voglio dare spazio alla domanda che mi è sorta guardando le immagini, i volti pieni di speranza dei giovani che si trovavano lì solo per caso, a quella inquietudine capace di farmi rimanere impietrito e tremante a mezzanotte sulla sedia. Che desidero io per me ora nella mia vita, tanto fugace che la potrei perdere improvvisamente? Per cosa vale la pena vivere la vita adesso? Che speranza c'è per me? È proprio questo il motivo per cui io sono stato uno dei pochi a entrare martedì, perché quei volti trucidati a freddo in un normale venerdì sera, chiedevano e chiedono una vita, e io non posso sprecare il tempo che ho a disposizione in ideali inutili, ma posso solo impegnarmi per vivere al meglio. Non abbiamo bisogno di analisi, ma di una vita, la stessa che quei volti ci chiedono, che ci apra una possibilità, perché altrimenti sarebbe stato meglio morire tra quelle vittime innocenti. Perché loro e non me? Forse non lo saprò mai, ma la cosa più importante è che non posso fare altro che cercare una speranza a cui aggrappare tutta la mia vita e testimoniarla, gridare al mondo che una speranza in tutto questo, tra le pallottole volanti in aria e tra i lanci di granate c'è, e proprio per questo vale la pena vivere ed essere rimasti in vita!». 



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