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SCUOLA E PARIGI/ Annalisa, Vito, Marianna, Roberta: non ci serve un'analisi, ma la nostra vita

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A Parigi, sui luoghi del massacro (Infophoto)  A Parigi, sui luoghi del massacro (Infophoto)

Marianna fa solo il primo anno, ma è commossa per quello che è accaduto: «Siamo tutti d'accordo sul fatto che quella avvenuta a Parigi sia una tragedia. Ma, tralasciando il fatto che è dovuta a un'ideologia sbagliata, che non ha niente a che fare con la religione, come fanno, tutti coloro che hanno sparato, ma in particolar modo chi ha venduto le armi, a sentirsi umani? Non si sentono minimamente in colpa per aver fatto in modo che tutto ciò accadesse? E non parlo solo di Parigi, parlo di tutte le guerre, anche quelle del passato: come fai a vivere? come fa la tua anima a percepire come una cosa normale una tragedia come questa? È ciò che accade nella nostra società: un'anima vuota, magari però con tanti soldi da utilizzare per colmare il nostro vuoto interiore. A mio parere questa è un po' la logica che muove il mondo attuale. Un'altra cosa su cui ho riflettuto molto riguarda la televisione, che, da quando è accaduto tutto ciò, non ha mai smesso di parlarne, anche se nessuno sa mai niente se eventi come questi accadono in altre parti del mondo. Ma proprio perché eventi del genere accadono tutti i giorni, tutto ciò che possiamo fare è semplicemente prenderne atto. Iniziando a non avere paura di essere giudicati. Io lo vedo ogni giorno: persone che non possono esprimere la propria opinione, perché altrimenti vengono presi in giro, solo perché non è uguale a quella degli altri. Per non parlare della portata mediatica di Internet: immagini del profilo con la bandiera francese, ma dopo due giorni nessuno ne parlerà più. Insomma, sempre le stesse parole che non fanno altro che appiattire questo tragico evento».

Roberta coglie al volo l'occasione drammatica di questi giorni: «Il giorno dopo gli attentati a Parigi, tornando a scuola, ero fortemente scossa da ciò che era successo. La paura sembrava aver avuto la meglio su di me. È stato solo dopo l'inizio della lezione di storia che ho capito che non era così: la paura c'era, ma ancora più forte era la voglia di vivere. Guardare il mio professore lì per me mi ha rimesso nella realtà: io ero fortunata a poter fare lezione quella mattina e quella fortuna non potevo farmela scappare. Io che sono viva, devo vivere! Ho capito che quel sabato, come tutto il resto dei miei giorni, dovevo viverlo. Il mio professore è stato un richiamo alla realtà: mi si è attaccata addosso una affezione nei suoi confronti e nei confronti della mia vita. Io dovevo e devo vivere anche per le persone che avrebbero voluto e ora non possono più. Questo richiamo della realtà, a distanza di giorni, è ancora più forte: mi ha permesso di entrare martedì a scuola, perché gli uomini muoiono e io che sono viva non posso più sottrarmi alla vita. Non ho mai capito come in questi giorni perché Ungaretti, quando scrive Veglia e vede il suo amico morire, scrive "Non sono mai stato / tanto / attaccato alla vita"».

(Valerio Capasa e gli studenti Annalisa, Vito, Marianna, Roberta) 



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